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Stato, federalismo demaniale e mafie locali

Il federalismo demaniale agli enti locali è ormai una operazione praticamente avviata. Un numero immenso di beni sono a disposizione delle autonomie locali. Si tratta di beni di tutti i generi, dagli immobili a pezzi di territorio, spiagge, fari, montagne, isole, acquedotti, ferrovie, caserme, aereoporti, basi missilistiche dismesse e chi più ne ha più ne metta. La legge prevede che per entrarne in possesso le autonomie locali debbano prioritariamente valorizzarli, ma eventualmente anche alienarli a patto che gli introiti vadano a riduzione del debito.

Cerchiamo di capire esattamente quello che è previsto che succeda e quello che in realtà potrebbe succedere.

La manovra è fondamentalmente voluta nello spirito da un lato di alleggerire direttamente le casse dello Stato dagli oneri derivanti, per quello che viene fatto, dalla manutenzione degli stessi, e dall’altro di rendere attivamente partecipi le autonomie al bilancio e ai compiti di amministrazione dello Stato in riferimento ai beni presenti sui territori di appartenenza. Fin qui lo spirito di fondo della legge. La filosofia reale è:  lo Stato non ha più la possibilità di spendere soldi per manutenzionare tutti questi beni, per cui, se siete in grado da soli di gestirli ve li diamo, altrimenti vendeteveli e così rimpinguiamo le casse del bilancio statale.

Vediamo ora in cosa si può tradurre effettivamente una operazione di questo tipo.

L’obbligo di valorizzazione prioritario è un atto sacrosanto e dovuto (senza il quale, tra l’altro, cadrebbe il senso stesso della manovra..) ma presenta qualche limite oggettivo. La valorizzazione di un bene è  una operazione difficilmente realizzabile, direi quasi impossibile, per delle amministrazioni che non dispongono di bilanci solidi. Se da un lato il trasferimento di proprietà comporta l’assunzione di tutto il processo di manutenzione del bene stesso (con relativi costi di gestione..) la valorizzazione è una operazione che comporta anch’essa importanti investimenti, e non solo di tipo politico intellettuale e programmatico, ma di moneta sonante ed è molto difficile che le vuote e debitorie casse dei Comuni del nostro Paese possano essere in grado di adempiere a tale compito. La seconda parte delle condizioni di trasferimento dei beni, al contrario, sembra molto più fattibile in quanto comporta l’entrata in scena dei capitali privati e degli investimenti dei piccoli, medi e grandi gruppi finanziari. Sorge immediatamente una prima domanda: ma, se il legislatore era al corrente della difficoltà degli enti locali ad assumersi il compito di gestirli, perchè ha dato direttamente loro la possibilità di venderli visto che la proprietà resta fino a quel momento dello Stato stesso? Non poteva esso stesso provvedere alla loro vendita? Sicuramente questa scelta è stata condizionata dal fatto che già in precedenza questo governo aveva provato a cartolarizzare le proprietà per venderle, provocando nell’opinione pubblica una ondata di proteste e l’accusa di gestire il patrimonio pubblico in maniera centralizzata per rimpinguare le proprie casse con evidenti rischi di gestione mafiosa del processo di vendita.

La soluzione, quindi, è stata quella di affidare la vendita dei beni direttamente alle autonomie locali scaricandosi una responsabilità politica importante (e dando un ulteriore colpo all’assetto ed alla credibilità dello  Stato dichiarandolo ormai persino incapace di gestire i beni di proprietà: attacco alla Costituzione docet!). Sotto questo aspetto una volta ancora l’idea federalista circolante esprime in tutta la sua chiarezza l’attacco alla unità dello Stato e lo scopo a disgregarne l’apparato sovrano.

Messo comunque a parte questo aspetto, resta il fatto che i Comuni sono invitati ad una allettante operazione di vendita di beni che gli rivengono in proprietà dallo Stato. Come si comporteranno?

Non  è, come già detto, un mistero che in pratica nessuno di essi potrà essere capace da solo di effettuare operazioni di valorizzazione di detti beni, per cui i loro sforzi saranno protesi completamente alla vendita. Si potranno avere due casi di figura. Il primo riguarda una compartecipazione possibile degli enti stessi, magari tramite operazioni di project financing realizzate in cooperazione con i privati (ma nelle quali è scontato immaginare che i privati stessi parteciperanno solo ed esclusivamente nella misura in cui potranno farvi la parte del leone..), l’altro comporta “tout court” la vendita di tali beni ai privati.

Ma per quali motivi un privato dovrebbe accollarsi l’acquisto di un immobile di cui lo stesso Stato non è in grado di occuparsi? Molti di questi beni non costituiscono di per sè risorse utilizzabili o perchè hanno bisogno di ingenti investimenti per essere messi a frutto oppure perchè essi stessi non sono direttamente utilizzabili in termini produttivi. Chi si comprerebbe uno stadio oppure una linea ferroviaria dismessa? Quale operazione redditizia, in sè tali beni sarebbero in grado di realizzare? Messa in questi termini l’operazione di vendita risulterebbe assolutamente nulla: nessuno si presenterebbe ad acquistare questi beni. Ma il venditore  si da il caso che sia anche una amministrazione e, in quanto tale, anche capace di condizionare le regole di programmazione, vale a dire capace di operare variazioni programmatiche all’uso del territorio. Non dimentichiamoci che in un passato recentissimo l’amministrazione comunale di Bari, ad esempio, ha avuto la necessità di mettere in vendita il proprio stadio e, non avendo nessun compratore (come biasimarli? Che investimento può costituire un immobile del genere dai costi altissimi e dai ricavi poverissimi?..) ha pensato bene di effettuare una variante al proprio strumento urbanistico rendendo edificabili le aree contermini allo stadio e consentendo in tal modo l’appetibilità all’acquisto. Esempi di questo tipo si possono ripetere in quantità impressionante (direi quasi automatica), provocando un ulteriore attacco al territorio e rilanciando in maniera esponenziale il consumo di suolo in un Paese già gravemente ferito sotto questo aspetto. Le lobbyes del cemento affilano le lame, i contatti tra imprenditori e politici si moltiplicano. L’occasione è ghiotta: la geografia del potere locale si ri-strutturerà e consoliderà nel controllo del territorio.

Stuoli di progettisti di operazioni finanziarie con la bava alla bocca si precipiteranno nelle stanze di assessoruncoli e funzionari pubblici. Vecchie e nuove mafie locali andranno a risistemarsi al nord come al sud e, quel che è peggio, ci venderanno le loro operazioni come esempi di buona gestione della cosa pubblica.

mentre la geografia dei sistemi di potere si posizionerà dentro l’orgia degli investimenti, delle promesse di lavoro e benessere individuale e sociale, gonfiando il portafogli elettorale delle mafie politiche locali lungo tutto l’arco costituzionale nell’attesa delle elezioni a venire…

no..non è proprio una bella prospettiva…

Il panorama non è allettante. Occorre dare una risposta a questa sciagura che rischia di abbattersi sulle teste dei cittadini, sostituirsi in maniera diretta e popolare all’assenza di una opposizione parlamentare generalmente correa e consenziente, smascherare e raccontare la vera storia e il vero progetto nascosti dentro un’idea di federalismo che altro non è che attacco allo Stato, al Paese, alla sovranità popolare mentre ridisegna il sistema di controllo dei poteri locali a suon di soldi con la scusa della recessione e di una crisi, ancora una volta, causata da pochi, e pagata da noi tutti.


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