viaggio nel quotidiano del mondo…

la politica

24 aprile 2012 comizio “Alleanza per Alberobello”

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Inti Illimani. Concerto del 10 luglio 2011 ad Alberobello


dell’Italia peggiore e dell’arroganza dei mediocri…

 Credo ci sia ben poco da commentare. c’è invece molto di cui vergognarsi. Vergognarsi di essere governati da questa gente. vergognarsi di queste mezze tacche irresponsabili e tronfie  che oltre a fare danno vanno in giro a rappresentarci suscitando deliri umoristici in tutto il mondo mentre mortificano la dignità di ciascuno di noi.

“Signor” Ministro, sono fiero di non essere un suo dipendente e pensare che lei è solo ed esclusivamente un piccolo arrogante.


Cosa ci insegna questo voto – LIBERAZIONE.IT

Possiamo, a ragione, esprimere soddisfazione per i risultati di queste elezioni amministrative. Il primo dato, in sé rilevantissimo, è che il centrodestra subisce un duro colpo a Milano. Non si tratta solo della debacle della Moratti, un candidato sindaco sulla cui spendibilità vi erano molti dubbi nello stesso centrodestra, quanto del fatto che quelle elezioni erano state rivendicate da Berlusconi come test nazionale, fino a spingerlo a candidarsi come capolista del Pdl. Il risultato suona quindi come un’esplicita delegittimazione dello stesso Berlusconi e della coalizione di governo, resa ancora più significativa dall’arretramento dell’alleato di ferro, la Lega Nord. Inevitabilmente questo risultato accentua le tensioni nel centrodestra e segna un duro colpo per l’operazione di consolidamento del governo, anche se sarebbe azzardato trarre conclusioni automatiche sul destino della legislatura. Molto dipenderà dai risultati dei ballottaggi.
A questo primo elemento di soddisfazione se ne aggiunge un altro, anche questo non scontato. In alcune grandi città il candidato di sinistra ottiene un risultato di grande valore, al punto da far insorgere la destra contro la minaccia dell’estremismo. A Milano Pisapia sbaraglia il centrodestra e pone una seria ipoteca, nel ballottaggio, sulla vittoria della coalizione di centrosinistra. A Napoli il risultato è ancora più clamoroso, perché in questo caso De Magistris, guidando una coalizione alternativa al Pd, supera alla grande il candidato dello stesso Pd e passa al ballottaggio con il candidato della destra Lettieri. Sono due vicende non identiche, ma che ci dicono di uno spostamento a sinistra dell’elettorato, di una domanda di maggiore radicalità.
Questo non significa che assistiamo alla  crisi conclamata del Pd, che anzi ottiene in generale buoni risultati, ma certamente alla non corrispondenza fra la proposta politica di quel partito e la domanda che viene da parti rilevanti dell’elettorato. Non solo, la vicenda mette in luce l’erroneità della tesi secondo cui nei sistemi di tipo maggioritario per vincere occorra collocarsi al centro. La sconfitta di Morcone a Napoli è, da questo punto di vista, molto significativa, perché quella candidatura era finalizzata ad un’operazione di convergenza con il terzo polo nei ballottaggi.
Così come è indicativo che tanto Pisapia quanto, soprattutto, De Magistris, ottengano più voti della coalizione che li sosteneva. Nel contempo il terzo polo, vezzeggiato dal Pd come possibile interlocutore, al punto da sacrificare al rapporto con questo le alleanze con le forze di sinistra, arranca. Fli in primis, ma anche l’Udc, se si esclude il risultato significativo di Napoli. E nelle realtà dove il Pd privilegia il rapporto con il terzo polo, le coalizioni alternative di sinistra ottengono in alcuni casi buoni risultati, come nelle province di  Macerata e di Vercelli e nel comune di Grosseto, diventando determinanti nei successivi ballottaggi. Il dato generale, insomma, mette in luce una oggettiva difficoltà del Pd a procedere sulla strada delle grandi intese con il terzo polo.
Queste elezioni ci dicono, però, anche qualcosa sulla sinistra. In queste amministrative è cresciuta un’unità a sinistra, anche se in maniera ancora insufficiente, per la indisponibilità soprattutto di Sel. In taluni casi questa unità si è tradotta liste unitarie di sinistra; in altri casi ha assunto la forma di coalizioni autonome dal Pd. L’esempio più eclatante è quello di Napoli con l’alleanza fra IdV, FdS, liste civiche. Ma non si tratta del solo esempio. Nelle elezioni provinciali coalizioni alternative al Pd sono sorte a Macerata,  a Vercelli, a Mantova, a Pavia, a Campobasso. Nei comuni capoluoghi, a Torino, a Rovigo, a Grosseto, a Salerno, a Cosenza. I risultati sono stati diversificati, ma seguendo una logica comune. Laddove la sinistra di alternativa non si riduce ad un micro polo, dove assume una dimensione adeguata ed è in grado di proporsi come alternativa credibile, è possibile rompere la morsa del voto utile, che invece scatta laddove questo profilo non si determina. Il caso negativo più eclatante, quello di Torino, riflette certamente questa tendenza generale, che si manifesta anche laddove le ragioni per una presentazione autonoma erano le più forti, dopo le scelte del candidato del Pd a sostegno di Marchionne e le chiusure settarie dello stesso Pd.
In queste elezioni Prc e FdS ottengono un risultato globalmente positivo, che per molti versi inverte il trend negativo che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi. Nei 24 comuni capoluogo in cui la Fds si è presentata il risultato si attesta all’incirca su quello delle precedenti regionali e nelle 11 elezioni provinciali – un test quindi più politico – si migliora il risultato delle europee di circa lo 0,5% attestandosi, come dato globale, intorno al 4%. E, dato ancora più significativo, riducendo la distanza con le altre formazioni della sinistra, Sel in primis. Spiccano in questi risultati, per l’incremento dei consensi, i casi – fra l’altro – delle province di Gorizia, Lucca, Macerata, Ravenna e nei comuni capoluoghi, oltre che di Napoli, di Milano, Barletta e Arezzo. Questo risultato globale naturalmente è costellato di successi e anche di insuccessi. Nei casi dove i risultati sono stati migliori ha molto pesato il radicamento delle forze della FdS sui territori, la qualità delle candidature e soprattutto la capacità di polarizzare l’attenzione dell’elettorato, di segnare con i propri contenuti le stesse alleanze. Dove invece vi sono state difficoltà e anche arretramenti si misura la debolezza delle strutture locali, ma anche – in taluni casi- l’inadeguatezza delle scelte e, elemento non meno rilevante, la presenza di una competizione serrata a sinistra. Il caso di Bologna riflette in modo evidente questa condizione di difficoltà. Il formarsi di una lista civica di sinistra guidata dalla stessa candidata a sindaco che la FdS aveva sostenuto e che ha posto un veto sulla inclusione della stessa FdS, ha certamente inciso. Ma non va trascurato in queste elezioni un altro dato rilevante e cioè la presenza di una formazione (Cinque stelle) di stampo populista, ma sicuramente capace di penetrare nell’elettorato di sinistra, che ha penalizzato in alcune realtà le liste della Fds.
In ogni caso, i risultati ci dicono che una fase nuova si sta aprendo, una fase in cui scricchiola la coalizione di governo e nella quale ricomincia a spirare un vento di sinistra, che la FdS – oggetto di un oscuramento clamoroso da parte dei principali mass media – riesce almeno in parte ad intercettare. Non si tratta che dell’inizio di un processo che ha interessanti potenzialità, ma che resta denso di incognite, nel quale elemento decisivo è la possibilità che si affermi un polo della sinistra autonomo dal Pd, ma non settario, capace sia di condizionare le alleanze di centrosinistra nei contenuti programmatici, nelle candidature e nel sistema di alleanze che di proporsi, dove necessario, come alternativa. Un’esigenza per dare alle comunità locali governi credibili, ma anche per aprire una prospettiva politica generale. Le alleanze che in queste elezioni la FdS ha costruito in molte realtà con pezzi di sinistra costituiscono una utile base di partenza. Sta a noi saper far vivere queste esperienze e dar loro un raccordo e una base politica comune.
Gianluigi Pegoloin data:18/05/2011


Paolo Ferrero, segretario nazionale del partito della Rifondazione Comunista a Locorotondo in sostegno alla lista “locorotondo Democratica”


“Il mondo del lavoro che cambia” – incontro dibattito in occasione della festa del 1 maggio – Alberobello, 30 aprile 2011


presentazione del candidato Sindaco Ubaldo Amati e della lista Locorotondo Democratica


“Insieme per il lavoro”. 1 maggio 2011 ad Alberobello


Roberta FANTOZZI – LA SOLUZIONE C’E': LAVORO, REDDITO, AMBIENTE E SAPERE


LE AUTONOMIE LOCALI: RISCHI DI INVOLUZIONE DEL SISTEMA E APPUNTI DI PROGETTO POLITICO A SINISTRA

Riporto di seguito alcune riflessioni politiche sulla situazione delle autonomie locali e su alcune proposte politiche e metodologiche riguardanti il loro governo, viste da sinistra, grazie all’apporto del compagno Pegolo, autore di questa relazione al convegno di Bologna sulla “città come bene comune”. Si tratta di preziose riflessioni che possono aiutare nell’approccio politico dei comuni.


Il tema fondamentale delle autonomie amministrative oggi è incentrato sulla questione della gestione pubblica e partecipata delle città come nodo fondamentale tra politiche progressive e regressive, sopratutto in funzione del raggiungimento di importanti obiettivi sociali.

Dentro questo tema si estrinseca il ruolo che la Sinistra e le forze democratiche possono e devono esercitare nel governo delle città, in quanto la criticità massima si esprime proprio nella gestione delle forze democratiche e di sinistra dei governi locali quando a caratterizzarle è, e questo avviene troppo spesso) la scarsa distinguibilità rispetto alla gestione delle forze conservatrici e di destra.

Il governo delle autonomie amministrative si effettua in un momento di acuta crisi sociale, in cui l’elemento che pare più drammatico è quello di una protesta sociale che si infrange contro la non rispondenza di un governo che evidenzia un disinteresse drammatico per la condizione del Paese, non attivando risposte credibili alla crisi mentre, al contrario, dalla giustizia, al lavoro, ai diritti, sostiene una controriforma globale fino al sovvertimento del sistema istituzionale nella demolizione dello stato sociale e nell’assecondamento della crescita di squilibri economici e sociali.

Proprio quanto innanzi citato ci parla di come oggi il governo locale sia condizionato dallo stato drammatico in cui versano le autonomie.

In primo luogo occorre tenere presente il dato di una crisi finanziaria che si traduce in un netto taglio ai trasferimenti voluto dal governo Berlusconi e che condiziona pesantemente le amministrazioni locali.

In secondo luogo l‘inasprimento delle norme del patto di stabilità interno fa si che Comuni e Province dispongano di sempre meno risorse da un lato, mentre le stesse autonomie locali che versano in migliori condizioni finanziarie restano imprigionate all’interno di assurdi vincoli che ne limitano le possibilità di scelta.

Quanto innanzi citato determina una notevole difficoltà nella gestione dei servizi, drastici limiti alla possibilità di investimenti ed un indebolimento complessivo della qualità della gestione amministrativa ( di cui la contrazione degli organici è una delle massime espressioni). Evidentemente, tale situazione impedisce ai governi locali una sufficiente ed efficace risposta al peggioramento progressivo della condizione sociale. Ricorso alla cassa integrazione, moltiplicazione dei licenziamenti, contrazione della offerta di lavoro precario e conseguente calo del reddito disponibile, impediscono di intervenire nella garanzia della protezione sociale, sostenere il reddito, consentire accesso gratuito ai servizi ed allargare la sfera dell’intervento pubblico. Comuni e Province devono ormai solo tagliare!

Sarebbe un errore pensare che la penalizzazione delle autonomie locali che il governo persegue abbia unicamente finalità economiche. La vera finalità è di tipo politico: questo atteggiamento serve a cavalcare l’ostilità nei confronti delle inefficienze del pubblico alimentando le spinte qualunquiste che attribuiscono alla politica i mali del Paese in contrapposizione alla virtuosa iniziativa privata. Questa sfiducia cresce mano a mano che le amministrazioni, sotto la scure dei tagli, sono sempre meno in grado di affrontare la nuova e pressante domanda sociale.

Dobbiamo tenere presente che questa azione di delegittimazione avviene in una fase di evidente crisi della politica, dei partiti e delle istituzioni (es. questione morale – a destra ma non solo…) accentuando la riduzione degli spazi democratici. Cosi, ad esempio, la riduzione del numero delle rappresentanze nelle autonomie locali costituisce minacce al pluralismo politico, impoverendo gli istituti di partecipazione mentre il taglio delle ormai scarse risorse per i consiglieri favorisce la selezione per censo del personale politico.

I rischi concreti di regressione delle amministrazioni sono condizionati da alcune tendenze:

  • innanzitutto lindebolimento della funzione sociale degli enti locali attraverso la riduzione della loro funzione redistributiva. Tagli e vincoli del patto di stabilità inducono alla riduzione dell’offerta di servizi mentre ragioni di equilibrio finanziario (attraverso la crescita delle tariffe) limitano la loro accessibilità penalizzando le fasce più deboli.

  • La dismissione delle funzioni pubbliche attraverso l’alienazione dei beni pubblici, la privatizzazione dei servizi, l’esternalizzazione, il coinvolgimento sempre più intenso del privato, l’indebolimento delle funzioni di regolazione e il subentro di pratiche concertative (come nel caso dell’urbanistica).

  • Sul piano politico/istituzionale, l’accentuazione della centralizzazione decisionale, la riduzione della partecipazione attiva (sopratutto di quella “reale”), l’indebolimento del pluralismo politico nonché il propagarsi di un pericoloso qualunquismo con pulsioni reazionarie (spesso nascosto fin dentro sedicenti coalizioni “politiche” sia a destra che a sinistra).

Questi rischi sono in profonda connessione con un processo di trasformazione degli assetti istituzionali all’insegna della “corporativizzazione” delle società locali, di cui i provvedimenti sul federalismo fiscale non sembrano essere estranei. A questo proposito:

  • gli strumenti di riequilibrio finanziario vengono posticipati, scontando per una fase la disparità territoriale nella disponibilità delle risorse.

  • Il sistema di finanziamento previsto penalizza la parte più debole del Paese, avvantaggiando la più forte.

  • Il meccanismo fiscale, in virtù della sua mancata progressività, avvantaggia le fasce sociali più ricche a scapito delle povere.

  • La discrezionalià impositiva, l’assenza di un quadro certo sugli standard e i vincoli generali posti alla spesa sociale comportano il fatto che l’offerta dei servizi non è più in funzione del godimento di diritti universali ma della disponibilità locale delle risorse.

  • L’alienazione dei beni pubblici costituisce un obiettivo esplicito (vedi provvedimento sul federalismo demaniale..).

Il nuovo modello amministrativo, dunque, tende a una società strutturata sulla base della competizione territoriale, sul ridimensionamento dello stato sociale e sul potenziamento del ruolo dei privati, sulla riduzione delle funzioni redistributive e sull’accentramento dei poteri decisionali.

Tutto questo costituisce un vero e proprio stravolgimento del ruolo democratico e della funzione sociale degli enti locali.

Occorre oggi una netta inversione di tendenza nella determinazione con cui la sinistra e le forze democratiche del paese combattono le battaglie contro il centro destra e sopratutto nella capacità di porsi in netta alternativa rispetto agli indirizzi da essa perseguiti. Ciò deve avvenire sopratutto nelle istituzioni locali e non po’ non prevedere un bilancio severo delle pratiche amministrative sinora perseguite anche nei governi di centrosinistra. Occorre effettuare un’autocritica profonda in tutte le forze che hanno assecondato alcune pratiche sostenendo questa deriva governista e cedendo su alcuni temi culturali e politici.

Innanzitutto l’elogio acritico del mercato che ha prodotto l’estensione delle pratiche di affidamento a privati della gestione dei servizi, mentre si riduce progressivamente il ruolo del pubblico.

L‘interclassismo, inteso ufficialmente come necessità di farsi carico dell’interesse generale, mentre, al contrario, parla di rincorsa ai poteri forti e dell’abbandono dell’impegno al sostegno del mondo del lavoro ed alle fasce deboli. (vedi l’appoggio a Torino di Fassino a Marchionne).

Il politicismo: la rincorsa al terzo polo (a livello nazionale come nei governi locali), che, ad esempio, nasce dalla enfatizzazione delle tattiche di schieramento, mentre sottovaluta l’importanza del mantenimento di un netto profilo riformatore.

Il decisionismo inteso come esaltazione della centralizzazione delle decisioni.

A quest’ultimo connessa fortemente la personalizzazione, alimentata dalle modifiche dei sistemi istituzionali da un lato e dalle discutibili pratiche delle primarie dall’altra.

L’autoreferenzialità intesa come il venir meno di una idea generale di progresso sociale ed il ripiegamento sul locale e sull’esaltazione acritica della sua autonomia (vedi ‘accondiscendenza di molti amministratori nei confronti del federalismo).

Nel confronto con le forze politiche e gli interlocutori sociali occorre muoversi in alternativa alle tendenze allarmanti in atto. Bisogna muoversi dentro una direzione di cambiamento degli orientamenti fin qui assunti nei governi locali, poiché l’unico modo credibile per battere le destre è quello di rispondere alle esigenze sociali con scelte a queste alternative. E ciò sopratutto nella inversione delle tendenze di governo che, inevitabilmente, ci rinchiudono a perseguire il ricatto politico del governo della destra berlusconiana. Occorre subordinare, ad esempio, la partecipazione alle primarie o la condivisione di qualsiasi nome, a verifiche ed accordi programmatici definiti a priori tra le forze della coalizione e che abbiano carattere vincolante. Impostazioni aperte, ma rigorose sul piano del confronto di merito., in quanto sono necessariamente dirimenti i contenuti, i metodi e l’esigenza di prefigurare attraverso questi una alternativa vera e riconoscibile da un lato alle destre, dall’altro alle politiche di governo che vorrebbero l’appiattimento totale e lo svuotamento complessivo dei compiti delle autonomie locali.

INDIRIZZI DI PROPOSTA PROGRAMMATICA

1 – Innanzitutto occorre una rilegittimazione delle istituzioni locali attraverso la riforma della pratica politica. E’ la condizione di base in quanto il riassetto degli organi amministrativi, la trasformazione dei partiti ed il degrado delle pratiche hanno allontanato i cittadini dalle istituzioni locali.

  • ridare dignità all’esercizio delle funzioni pubbliche assumendo il tema dell’etica pubblica.

  • L’individuazione di codici etici vincolanti per candidati ed eletti

  • la trasparenza dell’ attività amministrativa

  • la discussione pubblica sui risultati di questa

Questi elementi sono alla base della selezione e del controllo del personale politico.

Trasformazione in senso partecipativo del processo decisionale, vale a dire consultazioni strutturate, come i bilanci partecipativi, che si possono praticare in campi diversi (ad esempio le principali scelte di piano). In quest’ottica va ripensata anche la modalità di gestione dei servizi e sopratutto quelli ad alto contenuto sociale che vanno ri.strutturati parallelamente alla costruzione di strutture di utenti preposte al loro controllo.

Di fronte all’evidente indebolimento delle funzioni dei consigli occorre restituire loro un ruolo più forte proponendo, ad esempio, l’assunzione dell’impegno a coinvolgerli nelle scelte principali anche a prescindere dalle loro competenze.

2 – la questione della risposta alla crisi e cioè l’intervento a sostegno del reddito, del diritto al lavoro e della ripresa economica. E’ evidente che, parlando di Comuni, non si debbano ignorare i forti limiti delle loro competenze, ma ciò deve portarci a considerare le istituzioni locali come “sistema” all’interno di una strategia complessiva di contrasto alla crisi. Per esempio sfruttando le Regioni e la loro funzione nella promozione dello sviluppo, puntando su una riconversione ecologica dell’economia, attivando politiche industriali e commerciali per favorire le capacità innovative del sistema produttivo, ma anche per contrastare i processi di delocalizzazione. Ai comuni spetta il compito di offrire attraverso i servizi di cui dispongono un sostegno al reddito.

In questa direzione, le esperienze virtuose fin qui attivate indicano una serie di possibili interventi. Dagli anticipi ai cassintegrati, all’esonero dal pagamento per l’accesso ai servizi a domanda individuale per le famiglie disagiate, a sostegni integrativi per le spese d’affitto, alle forme di calmieramento dei prezzi possibili agendo sulle filiere corte e sui gruppi d’acquisto.

L’intervento sui settori produttivi locali (specie in termini di potenziamento delle economie esterne e di opportuni incentivi) può trovare nel Comune un soggetto attivo sopratutto in riferimento al ruolo politico che risulta necessario in una fase in cui si susseguono i rischi di chiusure delle unità produttive.

3 – la difesa del welfare e della gestione pubblica dei servizi. La certezza dei diritti passa obbligatoriamente attraverso un chiaro sistema di welfare locale. Non è possibile accettare una contrazione dell’offerta in particolar modo nei confronti del sociale, dal socio assistenziale alla scuola e neanche il mantenimento di tale offerta affidandola al privato, magari un privato sociale, per abbattere i costi. Questo orientamento, quando applicato a servizi fortemente sensibili, come gli asili nido o i servizi per anziani, possono provocare un calo immediato della qualità, senza contare le possibili ripercussioni sulle tariffe. Occorre dunque non solo difendere il patrimonio di servizi ma anche la loro gestione pubblica. E vi è anche un problema di potenziamento e sostegno (pensiamo alla Scuola, dopo i danni del governo..).

Se poi passiamo al caso di servizi a rete la questione diventa delicatissima. Occorre introdurre una moratoria sulle privatizzazioni. Per l’acqua, ad esempio, va assunto un indirizzo teso alla ripubblicizzazione e negli statuti comunali essa deve essere riconosciuta come ” bene comune” e ,di conseguenza, sottratta alle dinamiche di mercato. Non solo, sia per i servizi a rete, come l’acqua, che per i servizi in genere diventa fondamentale il controllo diretto dell’utenza sulla loro qualità e sulle modalità della loro fruibilità.

4. La salvaguardia, il recupero e lo sviluppo della qualità urbana. Si tratta di un tema rilevante che ormai anche nella percezione di massa è considerato importante. Occorre salvaguardare il paesaggio, contro il consumo di suolo, per una scelta esplicita verso il recupero e per la riappropriazione del controllo pubblico sulle trasformazioni urbane, con il superamento delle pratiche di urbanistica contrattata. Ridurre al minimo gli impatti ambientali nella realizzazione di nuove opere infrastrutturali e nella gestione del ciclo dei rifiuti sostenendo l’estensione della raccolta differenziata e le tecnologie di smaltimento dei rifiuti a freddo. Il tema della qualità urbana è in forte connessione con la questione di una qualità non sperequata, in cui l’accessibilità ai servizi sia omogenea sul territorio, in cui si contrasti il degrado delle cinture urbane e l’espulsione delle fasce popolari indotta dalla lievitazione continua della rendita urbana, e in cui si rilanci l’edilizia pubblica nelle città.

5. L’inclusività e la cittadinanza. Con la crescita dei divari di reddito e di accesso ai servizi, gli apparati urbani sono molto spesso luoghi di discriminazione. Questo processo, grazie ad alcuni fenomeni strutturali, come l’immigrazione extra comunitaria, e gli orientamenti discriminatori della destra ha assunto proporzioni maggiori. La criminalizzazione della diversità ha alimentato una sub cultura reazionaria diffusa alla quale, purtroppo, ha soggiaciuto anche un pezzo del mondo delle autonomie (vedasi il caso dei numerosi Sindaci che hanno adottato ordinanze di tipo xenofobo e antisociale). Alle lesioni al decoro urbano (perchè di questo si tratta spesso più che di criminalità) o ai comportamenti irrispettosi delle regole sociali si risponde in primo luogo con un’attività educativa che implica l’attivazione di relazioni, strumenti ampi di integrazione e sanzioni commisurate effettivamente all’entità delle effrazioni, nello spirito di ricostruzione di una cittadinanza attiva. Ma tutto ciò è possibile solo a condizione di attivare una rete di servizi che contrastino la marginalità sociale.

Questi punti, anche se di tipo generale, trovano ostacoli nelle condizioni di ristrettezza finanziaria che gravano sui comuni e sugli enti locali. Per questo il tema delle risorse non è eludibile. La soluzione passa attraverso:

  • quella che viene chiamata “selezione della spesa” (che non vuol dire sempre e necessariamente taglio indiscriminato puro e semplice…) e questa va applicata attraverso il riconoscimento di una priorità: quella della spesa sociale. Questa componente va mantenuta il più possibile rigida e vanno evitate operazioni di smantellamento di servizi o di loro esternalizzazione.

  • La riduzione di spese inutili, improprie o non necessarie. Spese di rappresentanza, consulenze e spese varie non essenziali.

  • Il recupero delle risorse, rispetto alle quali l’incremento delle tariffe è possibile solo nel caso in cui si applichi ad altri redditi, accentuando cioè anche significativamente il criterio di progressività. E’ evidente che occorre misurarsi sul nuovo scenario in gestazione caratterizzato dai provvedimenti sul federalismo fiscale: l’esiguità dei trasferimenti diretti in funzione di riequilibrio rispetto alle risorse recuperabili localmente, il carattere non progressivo del prelievo locale e, infine, una discrezionalità nell’introduzione d’imposte aggiuntive che rischia di determinare la vessazione dei contribuenti. A questo proposito occorre conservare un consistente flusso finanziario con funzioni riequilibratici, introdurre di forti criteri di progressività nel sistema delle imposte e vincoli precisi all’applicazione d’imposte aggiuntive. Il tutto entro un quadro di omogeneità dell’offerta dei servizi sul territorio, di modifica dei parametri del patto di stabilità interno, e dell’incremento della spesa.

IL RUOLO DELLA SINISTRA

Nella costruzione delle alleanze per il governo locale, pur in coerenza del dialogo con tutte le forze di centro sinistra, è tempo, tuttavia, che cresca un’unità della sinistra di alternativa e cioè di forze che si collocano a sinistra del PD e che condividono alcune idee, per esempio sui limiti del mercato, sull’esigenza dell’assunzione di un principio di eguaglianza sostanziale, sul valore di una gestione pubblica partecipata, sulla necessità di costruire un ponte fra istituzioni e movimenti. Quello che nuoce alla costruzione di una sinistra di alternativa è sopratutto la mancanza di un’aspirazione forte al cambiamento, un tatticismo che fa prevalere ancora la manovra politica rispetto alla coerenza dei contenuti, e in alcuni casi l’adattamento a modalità del fare politica- si pensi, per esempio, ai fenomeni di crescente personalizzazione – che costituiscono spesso una scorciatoia rispetto alla costruzione paziente di una iniziativa sociale. Occorre che le esperienze unitarie, partiti e movimenti, crescano e costituiscano un ponte con quanti a sinistra, anche al di fuori dei partiti, sentono la necessità di una modifica profonda degli indirizzi politici, vogliono che scenda in campo una sinistra coerente e considerano l’ambito locale un terreno irrinunciabile per la costruzione di una alternativa.


remember Utopia


ciao Utopia!

“Del mio sangue sono disposto a sporcare le coscienze dei miei possibili aguzzini,

sinchè il sangue non sarà il rosso della loro vergogna

sinchè il sangue non sarà il semaforo rosso alla loro violenza

sinchè il sangue non sarà il colore del tramonto

della malattia dell’ odio. (vik)”


Libri di testo troppo schierati a sinistra”. Pdl chiede una commissione d’inchiesta

Roma, 12 apr. (Adnkronos) – Il Pdl lancia la proposta di una commissione parlamentare d’inchiesta sui libri di testo della scuola: troppo ‘rossi’, troppo negativi verso la politica del centrodestra, troppo ‘contro’ il premier Berlusconi, sottolineano, in buona sostanza, i firmatari capitanati da Gabriella Carlucci. Una proposta che ha scatenato le critiche delle opposizioni, secondo cui la maggioranza è “vittima dei suoi stessi deliri” e finisce per ipotizzare iniziative “tipiche di quelle dittature di stampo comunista che dice di voler combattere”.


Una richiesta “vergognosa”, dice Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura a Montecitorio. ”Con l’intenzione presunta di rendere la storia neutra – spiega – si vuole di fatto istituire una commissione d’inchiesta che nulla avrebbe da invidiare al Minculpop. Siamo all’uso della storia come clava nell’agone politico e al tentativo politico di imporre una verità storica compiacente”.

Un “atto grave e di tristissima memoria” che “mette all’indice alcuni testi e stigmatizza gli insegnanti che gli scelgono. E’ il segno di un clima allarmante; è una scelta improvvida della maggioranza”, commenta la sua collega di partito Mariangela Bastic

Anche la senatrice del Pd Vittoria Franco critica duramente la proposta del Pdl: “Ormai vedono i comunisti dappertutto. E’ il caso di dire che, pur essendo del Partito della libertà, non sopportano la libertà e l’autonomia, e per questo vedono letteralmente rosso”.

Per il senatore del Pd Vincenzo Vita, si tratta di una proposta “allucinante” che deve essere ritirata. Il suo collega a palazzo Madama Ignazio Marino ironizza, pur riconoscendo “grave” l’iniziativa: “Dopo l’epurazione dei libri di testo ‘comunisti’ quale sarà il prossimo passo, la distribuzione di un unico testo uguale per tutti con in appendice un dvd sulle gesta eroiche del presidente del Consiglio? Ecco il paradosso: il Pdl promuove gli stessi metodi delle dittature comuniste di cui denuncia ossessivamente i pericoli”.

Amaramente ironico anche un altro senatore del Pd, Giuseppe Lumia: “Entrare nel merito dei contenuti dei libri di testo per stabilire cosa va bene al governo e cosa no è da regime dittatoriale. Cosa ci aspetterà a breve? La reintroduzione della gioventù balilla?”.

Anche l’Italia dei valori, per voce del senatore Stefano Pedica, attacca la maggioranza: “Cercare di incidere sui testi scolastici al fine di favorire l’immagine del premier è una gravissima iniziativa, simili precedenti sono rintracciabili solo nei regimi totalitari dello scorso secolo. I libri di storia che circolano nelle nostre scuole, nonostante una riforma aberrante voluta dal ministro Gelmini, ancora raccontano la verità, fatti inconfutabili. Non si può manipolare la cultura per volere del premier”.

Più pacato nei toni il vicepresidente della Camera Rocco Buttiglione, ma il senso è lo stesso. “La libertà accademica – spiega l’esponente centrista – è un valore importante”. Insomma, quella avanzata da alcuni esponenti del Pdl “non è una buona idea: i politici devono restare fuori dalle questioni culturali, lasciando che sia la libera polemica scientifica a decidere di queste cose”.

A tutti replica la stessa Gabriella Carlucci: ”Il problema esiste ed è sentito da molti docenti e studenti, ovviamente da quelli che si avvicinano alla storia in maniera imparziale, desiderando conoscere diverse interpretazioni storiografiche senza alcuna forzatura politica, come sarebbe doveroso”.

“Sono sicura – aggiunge – che la commissione Cultura saprà decidere in materia con grande equilibrio. Chi grida allo scandalo non si rende conto che la mia è una proposta per fare chiarezza in una materia molto delicata. Non c’è alcuna volontà di mettere libri all’indice ma di fornire ai nostri ragazzi diversi punti di vista in materia storica. In questo senso internet e gli attuali strumenti elettronici potranno essere molto efficaci”.


ANSA- 12 aprile 2011 Casa: in 10 anni vola il canone, +130%


Raddoppiano i costi delle case nei grandi centri urbani

 

ROMA  – Negli ultimi 10 anni i prezzi delle case sono aumentati del 50% con punte del 100% nei grandi centri urbani mentre i canoni di affitto sono cresciuti mediamente del 130% con punte del 145% nei grandi centri urbani: è quanto si legge in uno studio della Cgil presentato in Corso d’Italia nell’iniziativa “Bisogni abitativi e housing sociale”.


Negli ultimi 10 anni si legge nello studio “l’innalzamento dei prezzi di vendita e dei canoni d’affitto delle abitazioni è stato ampio è di gran lunga superiore alla crescita dei redditi delle famiglie”. I canoni dei contratti d’affitto rinnovati sono infatti cresciuti tra il 2000 e il 2010 mediamente del 130% con punte del 145% nei grandi centri abitativi. In una situazione di generale difficoltà economica per le famiglie” prosegue lo studio, le spese per l’abitazione costituiscono una delle voci principali del bilancio familiare con quasi 2,5 milioni di famiglie (il 10% del totale) in condizione di “serio disagio” nel pagare queste spese che pesano nei fatti per oltre il 40% sul reddito. In particolare si trovano in difficoltà le famiglie in affitto (31%), quelle con i redditi più bassi, inferiori a 15 mila euro (27%) e di famiglie monogenitori con figli minori (26%). Sono in difficoltà anche i single con meno di 35 anni (il 24% del totale) a conferma delle difficoltà dei giovani nel realizzare il progetto di uscita dalle famiglie d’origine. Il 13,5% delle famiglie si è ritrovata nel 2008 in arretrato con il pagamento delle spese della casa mentre il 12% ha avuto difficoltà con i pagamenti delle utenze domestiche mentre il 14% ha fatto fatica con l’affitto e l’8% con le rate del mutuo. Tra le dinamiche che concorrono a definire il problema abitativo alcune sono legate alla tipologia familiare che si è modificata negli anni con la riduzione dei componenti per nucleo (oggi pari a 2,4 persone) mentre si è registrato un aumento dei nuclei familiari. In particolare negli ultimi 30 anni sono aumentate le famiglie con un solo componente passando dall’8,5 al 27% del totale e a questo deve aggiungersi la presenza dei migranti ai quali si deve il saldo positivo della popolazione nel nostro paese. All’inizio del 2010 gli stranieri residenti erano 4,2 milioni pari al 7% del totale della popolazione ma a questi vanno aggiunti circa 600 mila irregolari stimati. Per la quasi totalità i migranti si rivolgono al mercato dell’affitto con 1,3 milioni di nuclei familiari. L’80% delle persone vive in coabitazione con uno o più nuclei mentre l’85% ha un contratto non registrato o registrato per una cifra inferiore. La Cgil denuncia anche il calo degli investimenti nell’edilizia residenziale pubblica che rappresenta solo il 4% dello stock abitativo contro una media europea del 20%. La produzione annua di immobili di edilizia pubblica è passata dalle 34 mila abitazione sovvenzionate nel 1984 alle 2000 unità degli ultimi anni su un totale di circa 300 mila abitazioni costruite. Alla diminuzione della produzione si è accompagnato un progressivo aumento del fabbisogno stimabile in circa 600 mila domande di aventi diritto nelle graduatorie dei comuni. “Cresce il disagio abitativo – denuncia la Cgil – nonostante nel nostro paese ci siano più abitazioni che famiglie (32 milioni a fronte di 25 milioni di nuclei) nonostante una produzione edilizia nel complesso molto sostenuta. Infine la Cgil sottolinea che nel mercato dell’affitto si prevede un divario molto ampio tra il canone libero (1100 euro circa) e quelli di edilizia sociale (80 euro).


da “Le monde diplomatique”.. Les pièges d’une guerre


Depuis plusieurs mois, les révoltes arabes rebattent les cartes politiques, diplomatiques et idéologiques de la région (lire notre dossier « Une région en ébullition »). La répression libyenne menaçait cette dynamique. Et la guerre occidentale autorisée par les Nations unies vient d’introduire dans ce paysage une donnée aux conséquences imprévisibles.

Par Serge Halimi

Même une montre cassée donne l’heure exacte deux fois par jour. Le fait que les Etats-Unis, la France et le Royaume-Uni aient pris l’initiative d’une résolution du Conseil de sécurité autorisant le recours à la force contre le régime libyen ne suffit pas pour la récuser d’emblée. Un mouvement de rébellion désarmé et confronté à un régime de terreur en est parfois réduit à s’adresser à une police internationale peu recommandable. Concentré sur son malheur, il ne refusera pas ses secours au seul motif qu’elle dédaigne les appels des autres victimes, palestiniennes par exemple. Il oubliera même qu’elle est davantage connue comme une force de répression que comme une association d’entraide.

Mais ce qui, logiquement, a servi de boussole aux insurgés libyens en péril extrême ne suffit pas à légitimer cette nouvelle guerre des puissances occidentales en terre arabe. L’intervention de pays membres de l’Organisation du traité de l’Atlantique Nord (OTAN) constitue un moyen irrecevable d’essayer de parvenir à une fin souhaitable (la chute de M. Mouammar Kadhafi). Si ce moyen a acquis l’apparence de l’évidence, chacun étant sommé de « choisir » entre les bombardements occidentaux et l’écrasement des Libyens en révolte, c’est uniquement parce que d’autres voies de recours — l’intervention à leurs côtés d’une force onusienne, égyptienne ou panarabe — ont été écartées.

Or le bilan passé des armées occidentales interdit d’accorder quelque crédit aux motifs généreux dont elles se prévalent aujourd’hui. Qui croit d’ailleurs que des Etats, quels qu’ils soient, consacrent leurs ressources et leurs armées à l’accomplissement d’objectifs démocratiques ? L’histoire récente rappelle assez, au demeurant, que si les guerres prétextant ce motif remportent des premiers succès fulgurants autant que largement médiatisés, les étapes qui suivent sont plus chaotiques et plus discrètes. En Somalie, en Afghanistan et en Irak, les combats n’ont pas cessé, alors que Mogadiscio, Kaboul, Bagdad sont « tombés » depuis des années.

Les insurgés libyens auraient aimé comme leurs voisins tunisiens et égyptiens renverser seuls un pouvoir despotique. L’intervention militaire franco-anglo-américaine menace de faire d’eux les obligés de puissances qui ne se sont jamais souciées de leur liberté. Mais la responsabilité de cette exception régionale incombe au premier chef à M. Kadhafi. Sans la furie répressive de son régime, passé en quarante ans de la dictature anti-impérialiste au despotisme pro-occidental, sans ses philippiques assimilant tous ses opposants à des « agents d’Al-Qaida », des « rats qui reçoivent de l’argent et servent les services de renseignement étrangers », le destin du soulèvement libyen n’aurait dépendu que de son peuple.

La résolution 1973 du Conseil de sécurité autorisant le bombardement de la Libye empêchera peut-être l’écrasement d’une révolte condamnée par la pauvreté de ses moyens militaires. Elle s’apparente néanmoins à un bal des hypocrites. Car ce n’est pas parce que M. Kadhafi est le pire des dictateurs, ou le plus meurtrier, que ses troupes ont été bombardées, mais parce qu’il était à la fois plus faible que d’autres, sans armes nucléaires et sans amis puissants susceptibles de le protéger d’une attaque militaire ou de le défendre au Conseil de sécurité. L’intervention décidée contre lui confirme que le droit international ne pose pas de principes clairs dont la violation entraînerait partout sanction.

Il en va du blanchiment diplomatique comme du blanchiment financier : la minute de vertu permet de gommer des décennies de turpitude. Le président français fait ainsi bombarder son ancien partenaire d’affaires, qu’il recevait en 2007 alors que chacun connaissait la nature de son régime — on saura gré toutefois à M. Nicolas Sarkozy de ne pas avoir proposé à M. Kadhafi le « savoir-faire de nos forces de sécurité » offert en janvier dernier au président tunisien Zine El-Abidine Ben Ali… Quant à M. Silvio Berlusconi, « ami intime » du Guide libyen qui s’est rendu à onze reprises à Rome, il rallie en traînant des pieds la coalition vertueuse.

Une majorité de gérontes contestés par la poussée démocratique siègent au sein de la Ligue arabe ; celle-ci se joint au mouvement onusien avant de feindre la consternation sitôt tirés les premiers missiles américains. La Russie et la Chine avaient le pouvoir de s’opposer à la résolution du Conseil de sécurité, de l’amender pour en réduire la portée ou les risques d’escalade. L’eussent-elles fait, elles n’auraient pas eu ensuite à« regretter » l’usage de la force. Enfin, pour prendre la pleine mesure de la droiture de la « communauté internationale » dans cette affaire, on doit relever que la résolution 1973 reproche à la Libye « détentions arbitraires, disparitions forcées, tortures et exécutions sommaires »,toutes choses qui n’existent naturellement ni à Guantánamo, ni en Tchétchénie, ni en Chine…

La « protection des civils » n’est pas simplement une exigence irrécusable. Elle impose aussi, en période de conflit armé, le bombardement d’objectifs militaires, c’est-à-dire de soldats (souvent des civils qu’on a requis de porter l’uniforme…), eux-mêmes mêlés à des populations désarmées. De son côté, le contrôle d’une « zone d’exclusion aérienne » signifie que les avions qui la patrouillent risquent d’être abattus et leurs pilotes capturés, ce qui ensuite justifiera que des commandos au sol s’emploient à les libérer (1). On peut récurer à son gré le vocabulaire, on n’euphémise pas indéfiniment la guerre.

Or, en dernière analyse, celle-ci appartient à ceux qui la décident et la conduisent, pas à ceux qui la recommandent en rêvant qu’elle sera courte et joyeuse. Dresser chez soi les plans impeccables d’une guerre sans haine et sans « bavures » comporte bien des charmes, mais la force militaire à qui on confie la tâche de les exécuter le fera en fonction de ses inclinations, de ses méthodes et de ses exigences. Autant dire que les cadavres de soldats libyens mitraillés pendant leur retraite sont, au même titre que les foules joyeuses de Benghazi, la conséquence de la résolution 1973 des Nations unies.

Les forces progressistes du monde entier se sont divisées à propos de l’affaire libyenne, selon qu’elles ont mis l’accent sur leur solidarité avec un peuple opprimé ou sur leur opposition à une guerre occidentale. Les deux critères de jugement sont nécessaires, mais on ne peut pas toujours réclamer leur satisfaction simultanée. Reste, quand on doit choisir, à déterminer ce qu’un label d’« anti-impérialiste » obtenu dans l’arène internationale autorise à faire subir chaque jour à son peuple.

Dans le cas de M. Kadhafi, le silence de plusieurs gouvernements de gauche latino-américains (Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivie) sur la répression qu’il a ordonnée déconcerte d’autant plus que l’opposition du Guide libyen à « l’Occident » est de pure façade. M. Kadhafi dénonce le « complot colonialiste » dont il serait victime, mais il le fait après avoir assuré aux anciennes puissances coloniales que « nous sommes tous dans le même combat contre le terrorisme. Nos services de renseignement coopèrent. Nous vous avons beaucoup aidé ces dernières années (2) ».

Relayé par MM. Hugo Chávez, Daniel Ortega et Fidel Castro, le dictateur libyen prétend que l’attaque dont il fait l’objet s’expliquerait par le désir de « contrôler le pétrole ». Or celui-ci est déjà exploité par les compagnies américaine Occidental Petroleum (Oxy), britannique BP et italienne ENI (lire, à ce propos, l’article de Jean-Pierre Séréni, « Le pétrole libyen de main en main ». Il y a quelques semaines, le Fonds monétaire international (FMI) saluait d’ailleurs « la forte performance macroéconomique de la Libye et ses progrès dans le renforcement du rôle du secteur privé (3) ». Ami de M. Kadhafi, M. Ben Ali avait reçu des compliments comparables en novembre 2008, mais servis personnellement par le directeur-général du FMI, M. Dominique Strauss-Kahn, qui arrivait tout droit… de Tripoli (4).

L’antique patine révolutionnaire et anti-impérialiste de M. Kadhafi, restaurée à Caracas et à La Havane, avait sans doute également échappé à M. Anthony Giddens, théoricien de la « troisième voie » blairiste. Lequel annonçait en 2007 que la Libye deviendrait sous peu une « Norvège d’Afrique du Nord : prospère, égalitaire, et tournée vers l’avenir (5) ». Au regard de la liste très éclectique de ses dupes, comment croire encore que le Guide libyen est aussi fou qu’on le prétend ?

Plusieurs raisons expliquent que des gouvernements de gauche latino-américains se soient mépris sur son compte. Ils ont voulu voir en lui l’ennemi de leur ennemi (les Etats-Unis), mais cela n’aurait pas dû suffire à en faire leur ami. Une médiocre connaissance de l’Afrique du Nord — M. Chávez dit s’être informé de la situation en Tunisie en appelant M. Kadhafi… — les a ensuite conduits à prendre le contre-pied de « la colossale campagne de mensonges orchestrée par les médias »(dixit M. Castro). D’autant que celle-ci les renvoyait à des souvenirs personnels dont la pertinence était discutable dans le cas d’espèce. « Je ne sais pas pourquoi ce qui se passe et s’est passé là-bas, a ainsi déclaré le président vénézuélien à propos de la Libye, me rappelle Hugo Chávez le 11 avril. » Le 11 avril 2002, un coup d’Etat soutenu par les médias au moyen d’informations manipulées avait tenté de le renverser.

L’ancienne patine révolutionnaire
de M. Kadhafi a abusé
la gauche latino-américaine

Et d’autres facteurs inclinaient vers une erreur d’analyse de la situation libyenne : une grille de lecture forgée par des décennies d’intervention armée et de domination violente des Etats-Unis en Amérique latine, le fait que la Libye a aidé le Venezuela à s’implanter en Afrique, le rôle des deux Etats au sein de l’Organisation des pays exportateurs de pétrole (OPEP) et des sommets Amérique du Sud - Afrique (ASA), la démarche géopolitique de Caracas visant à rééquilibrer sa diplomatie dans le sens de rapports Sud-Sud plus étroits.

A cela on doit encore ajouter la tendance du président Chávez à estimer que les liens diplomatiques de son pays impliquent pour lui une relation de proximité personnelle avec les chefs d’Etat : « J’ai été un ami du roi Fahd d’Arabie saoudite, je suis ami du roi Abdallah, qui était ici à Caracas (…). Ami de l’émir du Qatar, du président de Syrie, un ami, il est venu ici aussi. Ami de Bouteflika (6). » Quand le régime de M. Kadhafi (« mon ami depuis si longtemps ») s’est engagé dans la répression de son peuple, cette amitié a pesé dans le mauvais sens. En définitive, M. Chávez a raté l’occasion de présenter les révoltes du continent africain comme les petits frères des mouvements de gauche latino-américains qu’il connaît bien.

Au-delà de ce fourvoiement, la diplomatie représente sans doute le domaine où, dans tous les pays, se dévoilent le mieux les travers d’un exercice solitaire du pouvoir fait de décisions opaques, libres de tout contrôle parlementaire et de toute délibération populaire. Quand, de plus, celle-ci se pique, comme au Conseil de sécurité, de défendre la démocratie par la guerre, le contraste est forcément saisissant.

Après avoir usé, non sans succès, du ressort géopolitique anti-occidental, de l’argument progressiste de la défense des ressources naturelles, le dirigeant libyen n’a pas résisté longtemps à la tentation d’abattre la carte ultime de l’affrontement entre religions. « Les grandes puissances chrétiennes, a-t-il donc expliqué le 20 mars dernier, se sont engagées dans une deuxième guerre croisée contre les peuples musulmans, à leur tête le peuple libyen, et dont l’objectif est de rayer l’islam [de la carte]. » Treize jours plus tôt, M. Kadhafi avait néanmoins comparé son œuvre de répression à celle dont mille quatre cents Palestiniens furent victimes : « Même les Israéliens à Gaza ont dû recourir à des chars pour combattre de tels extrémistes. Nous, c’est pareil (7). » Voilà qui n’a pas dû accroître la popularité du Guide dans le monde arabe.

Mais ce dernier tête-à-queue comporte au moins une vertu. Il rappelle la nocivité politique de l’approche qui reproduit, en l’inversant, la thématique néoconservatrice des croisades et des empires. Les soulèvements arabes, parce qu’ils ont mêlé des laïcs et des religieux — et que s’y sont opposés des laïcs et des religieux —, vont peut-être sonner le glas d’un discours qui se proclame anti-impérialiste alors qu’il n’est qu’anti-occidental. Et qu’il confond dans sa détestation de « l’Occident » ce qui s’y est trouvé de pire — la politique de la canonnière, le mépris des peuples « indigènes », les guerres de religion — avec ce qu’il a comporté de meilleur, de la philosophie des Lumières à la sécurité sociale.

Deux ans à peine après la révolution iranienne de 1979, le penseur radical syrien Sadik Jalal Al-Azm détaillait pour les réfuter les caractéristiques d’un « orientalisme à rebours » qui, refusant la voie du nationalisme laïque et du communisme révolutionnaire, appelait à combattre l’Occident par un retour à l’authenticité religieuse. Les principaux postulats de cette analyse « culturaliste », résumés puis soumis à la critique par Gilbert Achcar, stipulaient que « le degré d’émancipation de l’Orient ne doit pas et ne peut pas être mesuré à l’aune de valeurs et de critères “occidentaux”, comme la démocratie, la laïcité et la libération des femmes ; que l’Orient musulman ne peut pas être appréhendé avec les instruments épistémologiques des sciences occidentales ; qu’aucune analogie avec des phénomènes occidentaux n’est pertinente ; que le facteur qui meut les masses musulmanes est culturel, c’est-à-dire religieux, et que son importance dépasse celle des facteurs économiques et sociaux qui conditionnent les dynamiques politiques occidentales ; que la seule voie des pays musulmans vers la renaissance passe par l’islam ; enfin, que les mouvements qui brandissent l’étendard du “retour à l’islam” ne sont pas réactionnaires ou régressifs comme il est perçu par le regard occidental, mais au contraire progressistes en ce qu’ils résistent à la domination culturelle occidentale (8). »

Une telle approche, fondamentaliste, de la politique n’a peut-être pas dit son dernier mot. Mais, depuis l’onde de choc née en Tunisie, on sent que sa pertinence a été entamée par des peuples arabes qui ne veulent plus se situer « ni contre l’Occident ni à son service (9) » et qui le prouvent en ciblant tantôt un allié des Etats-Unis (Egypte), tantôt un de leurs adversaires (Syrie). Loin de redouter que la défense des libertés individuelles, la liberté de conscience, la démocratie politique, le syndicalisme, le féminisme constituent autant de priorités « occidentales » maquillées en universalisme émancipateur, des peuples arabes s’en emparent pour marquer leur refus de l’autoritarisme, des injustices sociales, de régimes policiers qui infantilisent leurs peuples d’autant plus spontanément qu’ils sont dirigés par des vieillards. Et tout cela, qui rappelle d’autres grandes poussées révolutionnaires, qui arrache jour après jour des conquêtes sociales et démocratiques dont on a perdu l’habitude ailleurs, ils l’entreprennent avec entrain, au moment précis où « l’Occident » semble partagé entre sa peur du déclin et sa lassitude devant un système politique nécrosé dans lequel le pareil succède à l’identique, au service des mêmes.

Une résolution des Nations unies
qui vaut également pour les luttes
des populations occidentales…

Rien ne dit que cet entrain et ce courage arabes vont continuer à marquer des points. Mais déjà ils nous révèlent des possibilités inexplorées. L’article 20 de la résolution 1973 du Conseil de sécurité, par exemple, stipule que celui-ci « se déclare résolu à veiller à ce que les avoirs [libyens] gelés [en application d’une résolution précédente]soient à une étape ultérieure, dès que possible, mis à la disposition du peuple de la Jamahiriya arabe libyenne et utilisés à son profit ». Ainsi, il serait possible de geler des avoirs financiers et de les remettre aux citoyens d’un pays ! Gageons que cette leçon sera retenue : les Etats ont le pouvoir de satisfaire les peuples. Depuis quelques mois, le monde arabe nous en rappelle une autre, tout aussi universelle : les peuples ont le pouvoir de contraindre les Etats.

Serge Halimi


immagini e suoni dal campo profughi di Manduria. 9 aprile 2011


manifestazione contro la guerra. Gioia del Colle. 2 aprile 2011


Tra Unità d’Italia e razzismo. Da Cetto Laqualunque al declino degli Imperi

Pochi giorni fa si celebravano, in pompa magna ed in ogni angolo d’Italia, le parole “Unità, Patria, Popolo Italiano, ecc”, corredate da inni, tricolori, alzabandiere varie, fuochi d’artificio, tricchettracche e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo mentre nel profondo del Mediterraneo, su lembi di terra di questo Paese unito, si respingevano navi stracolme di gente che fugge dalla fame e dalla guerra, si lasciavano marcire all’addiaccio o in buchi impietosi altrettante persone riuscite a sbarcare Dio solo sa come.

La quiete del desco statale percossa e turbata dai mali del mondo e dalle guerre tra le grandi compagnie petrolifere produce accattume umano che non si sa bene dove smaltire finendo tragicomicamente per proporne il rinvio agli stessi luoghi di produzione.

Riesce difficile  rapportarmi a parole del tipo “Patria, Unità, Cultura”, senza tenere presente “Solidarietà, Giustizia Sociale, Accoglienza”; nella stessa maniera in cui non so parlare di valore della Costituzione come espressione unitaria del Paese senza leggerne l’art. 11. Perchè il Paese è quello che NOI siamo, è la nostra Cultura ed è quello che è scritto ed accettato da tutti dal primo all’ultimo articolo della Costituzione stessa.

Celebriamo un Paese in cui questa viene quotidianamente derisa, sbeffeggiata, ignorata, travisata nelle migliaia di rivoli del politichese straccione di parlamentari della Repubblica (raggruppati sotto il romantico e patriottico nome di “Responsabili”…sic) che dichiarano “ con la Cultura io non c’entro niente :io sto da una parte e la Cultura completamente dall’altra”, nell’affronto morale e civile dell’essere rappresentato da persone inquisite e d indagate dallo stesso Stato che dicono di rappresentare o da personaggi rocambolescamente sfuggiti al cappio della Giustizia nel tempo andato e che riappaiono lugubri sulle scene dei media a pontificare di Politica e Cultura.

Celebriamo un Paese che va in guerra, ma non lo ammette. Perchè contare I propri morti, nonostante tutto, non fa piacere a nessuno: sopratutto a chi deve rispondere delle proprie azioni e della propria responsabilità. Per cui si è in guerra e non lo si è. Si disquisisce se gli aerei hanno o meno lanciato bombe “intelligenti” (altra comica e ipocrita definizione politichese per affermare spudoratamente che un arma potrebbe non essere strumento di morte..), ci si vanta di giocare sullo scacchiere  politico internazionale dentro un quadro a dir poco ridicolo, che ci vede contemporaneamente amici servili di dittatori al servizio delle multinazionali del petrolio e  e serbatoi di morte per le stesse persone.

Celebriamo un Paese I cui uomini di governo scimmiottano lo strategismo cavouriano mentre approntano tendopoli vigilate dall’esercito per ospitare I “clandestini”; veri e propri carceri all’aperto, come se ci capitasse di essere condannati ad essere rinchiusi in un resort di Sharm el Scheik ma senza gli svaghi. E tutto questo dove? Sempre al sud. Sempre da qualche parte “altra”, sempre rigidamente lontana dai luoghi rappresentativi della forma “Stato”, sempre più dentro le appendici “malate” dell’Unità del Paese.

E il Paese si ricompatta sotto la bandiera della “conservazione del suo status”, del timore di una pseudodiversità, del pericolo di un cambiamento, dal carattere nettamente razzista. Si smette di effettuare “turismo dell’orrore” (visita ai luoghi della cronaca) per passare alla “caccia allo straniero”. Tutto questo grazie all’ostinazione centralizzatrice del governo che opera al di fuori della cooperazione con I territori. Sindaci e componenti della stessa destra e dello stesso governo rassegnano le dimissioni dopo essere stati smentiti sulle promesse alle popolazioni. Un caos inimmaginabile regna nei luoghi degli sbarchi e nelle carceri a cielo aperto organizzate dal ministero, mentre il premier appare a Lampedusa, dove sostano inumanamente migliaia di profughi promettendo l’evacuazione lampo degli stessi (ma trasferendo il problema altrove..), rabbonendo la popolazione locale a suon di acquisti: “ho comprato stanotte casa a Lampedusa ed ora mi sentirò un pò più Lampedusano”.

Mi sento un po più umiliato e vedo questa nostra Italia Unita (sic..) un po più triste, mentre, di fatto, tra un trambusto e l’altro, passano (o tentano di passare, coperti dall’immediatismo mediatico di una guerra inutile, pericolosa e non combattuta) provvedimenti legislativi  destinati all’impunità delle bande di razziatori del Paese.

Tutto questo ha un sapore di declino dell’Impero…


12 marzo 2011 – Bari. Manifestazione per l’acqua pubblica e contro l’energia nucleare


io sono preoccupato del ritorno del fascismo….

In questo Paese, fin dentro i più piccoli comuni di centrosinistra, attraverso le commemorazioni di Unità dello Stato crescono e si sviluppano rigurgiti nazionalisti e fascisti. Tutto questo grazie anche alle provvidenziali “lezioni” di storia della Repubblica del professor Benigni che con le capronerie sul concetto di “cultura” e di “nazione”, del prima e del dopo, con l’apologia scomposta, tendenziosa e storicamente inesatta di un dubbioso uomo come Churchill, ha sdoganato concetti ed espressioni nazionaliste e fasciste che oggi riempiono i manifesti delle celebrazioni dell’Unità di questo Paese in barba ad i più elementari concetti culturali, storici e politici della Costituzione. Per quel che mi riguarda, stando cosi le cose, non ho da festeggiare alcunchè!

il mio compagno Filippo Losacco, intelligentemente, mi ha fatto notare che:

le lezioni di storia di Benigni erano oscene e inascoltabili, ma dobbiamo uscire dall’insidia della snobistica rivendicazione di una superiorità etica e culturale che ci impedisce di partecipare ad una celebrazione intesa come rigurgito nazionalistico e fascista. L’appartenenza nazionale è un dato, evidente, ineluttabile. Il sentimento di una nazione deve crescere, maturare e diventare identità aperta, cultura tra culture, che non produce esclusioni, anzi, si consolida e afferma mediante l’accoglienza. Neppure Stalin sottovalutava il fatto che i soldati dell’Armata rossa erano russi prima che rossi. Rintanarsi tra le mura della propria prospettiva, come se l’appartenenza nazionale rappresenti in assoluto un controsenso per un comunista è un errore. Questa Italia è il prodotto anche delle maestre della scuola pubblica di fine Ottocento che hanno insegnato faticosamente l’italiano ai contadini, dei partigiani della resistenza, di generazioni di lavoratori. Bisogna uscire per le strade e raccontare di quale Italia essere orgogliosi, di quale vergognarsi, che essere italiani significa non sentirsi padroni di una casa con le porte serrate, ma custodi di una cultura che ha nel suo dna, nella sua storia lo straniero come parte di sè.

La risposta di Filippo è molto intelligente e parla  di identità, di liberazione dai ruoli, di riappropriazione delle conquiste politiche, ma non posso non tenere presente il manifesto qui linkato, che parla di Alzabandiera con l’esecuzione dell’”inno di mameli” (di cui l’ultimo angosciante ricordo è nella caserma dove ho prestato servizio militare..), inneggiamento al tricolore, esecuzione di inni patriottici, mostra “pittori per l’Italia” (come se quelli che non dipingono per essa non siano buoni cittadini…), e, per finire, uno stupefacente: ”Con rinnovata fede nei valori della Patria, siamo tutti invitati a partecipare alla celebrazione della Ricorrenza e ad esporre sulle nostre abitazioni dal 16 al 20 marzo la nostra bella bandiera TRICOLORE”
Questo manifesto è apparso sui muri di una città governata dal centrosinistra da ormai sedici anni, il cui sindaco è un noto esponente provinciale  di SeL e che un po di anni fa ha osteggiato nella stessa città, riuscendoci, la commemorazione di Mussolini come statista da parte di una giunta democristiana.

Per quel che mi riguarda questo manifesto potrebbe essere stato scritto qualche anno fa a firma dei missini Alemanno, Fini, larussa Almirante… Io in questo manifesto vedo, strisciante, il riapparire di culture nazionaliste, fasciste, razziste e chi più ne ha più ne metta. Sarà anche giusto rivendicare il nostro ruolo di comunisti anche dentro la celebrazione del 150enario di questo Stato ricordando a chi di dovere che la Costituzione è stata scritta anche dai nostri Compagni, ma, nella realtà, facciamo mente locale a come ci guardano se ci presentiamo con le nostre bandiere. Al massimo veniamo tollerati e relegati nelle code dei cortei, non ne parliamo poi se dobbiamo considerare una nostra molto improbabile partecipazione ad un dibattito politico. Rivendichiamo la nostra esistenza in termini di parte di questo Stato, ma ci impediscono in tutti i modi, più o meno legali, di rivendicare una identità politica.

Io continuo ad essere preoccupato del ritorno del fascismo….


Incontro – dibattito: “il territorio come bene comune: dalla città al diritto all’abitare”


Lavoro, conoscenza, democrazia, beni comuni. Appello verso il 16 Ottobre

E’ in atto, su scala europea e con particolare asprezza nel nostro Paese, un attacco alle condizioni di lavoro e ai diritti sociali di milioni di persone. In Europa la linea del “rigore” scarica sulla collettività e sulle fasce più deboli i debiti contratti dagli Stati per il salvataggio del sistema bancario, attraverso manovre economiche pesantissime e sanzioni che restringono ulteriormente gli spazi di democrazia. Si va accentuando il carattere oligarchico di un’Unione Europea sempre più attenta, per non dire asservita, agli interessi delle banche.

In Italia la disdetta del contratto da parte di Federmeccanica è il segno inequivocabile della volontà del padronato di imporre il “modello Pomigliano” e il potere unilaterale dell’impresa a tutto il mondo del lavoro, cancellando il contratto collettivo e il diritto di sciopero. Ai lavoratori del Pubblico Impiego il Governo Berlusconi ha sospeso gli scatti di anzianità, il contratto e il diritto di eleggere le RSU. Inoltre il cosiddetto “collegato lavoro”, in discussione in Parlamento, mina radicalmente la possibilità per le lavoratrici e i lavoratori di far valere i propri diritti e compie un passo decisivo verso l’affermazione del contratto individuale e la polverizzazione del mondo del lavoro.

Diritti sociali, servizi essenziali, beni comuni, a partire dall’acqua, vengono declassati a merce e immessi sul mercato a vantaggio del profitto e delle speculazioni.

Viviamo un momento drammatico per la tenuta democratica del nostro Paese, una pericolosa involuzione culturale, sociale ed economica da cui si può uscire solo con una estesa, capillare, straordinaria capacità di risposta.

Il Sud, Puglia compresa, paga il prezzo più alto: migliaia di lavoratrici e lavoratori, della scuola, della sanità, delle tante aziende in crisi sono espulsi dal mondo del lavoro o condannati al precariato. Con questi presupposti le nuove generazioni sono destinate ad un futuro incerto e a nuove forme di emigrazione.

E’ dunque importante che la giornata di mobilitazione indetta dalla FIOM per il 16 ottobre a Roma veda una grande partecipazione popolare anche della nostra regione.

E’ indispensabile costruire un percorso continuativo e unitario di iniziativa, che coinvolga, oltre alle realtà sindacali confederali e di base, i singoli lavoratori/ici, i precari, gli studenti, il mondo associativo, i movimenti, le forze politiche, i democratici convinti.

I firmatari del presente appello promuovono un’assemblea pubblica venerdì 8 ottobre alle ore 16:30 presso la Sala Aldo Moro – Facoltà di Giurisprudenza, Bari.

Intervengono: Mimmo Pantaleo, segretario nazionale FLC CGIL; Angelo Leo, Nidil-CGIL; Tonia Guerra, insegnante; Gianfranco Carbone, Funzione Pubblica CGIL;Maria Rita Gadaleta, Rete docenti Precari Bari; Vincenzo Bavaro, docente diritto del Lavoro Università di Bari

Comitato 16 ottobre: Rino Foggetti, RSU Innova Puglia ; Felice Dileo, RSU Natuzzi; Nicola Paparella, RSU Graziano Trasmissioni; Vincenzo Chiedi, Associazione Parenti Vittime Amianto Bridgestone; Renato Vicano, RSU Eutelia-Agile; Margherita Marzano, RSU Eutelia -Agile; Silvia Conca, Studentessa Universitaria; Chouaib Chtiwi, mediatore culturale; Gianfranco Carbone , Funzione Pubblica Cgil; Mariarita Gadaleta, Rete Docenti Precari; Nico Catalano, ricercatore precario; Carlo Montedoro, RSU IIS Euclide, Onofrio Romano docente università di Bari.

Per adesioni: comitato16ottobrebari@gmail.com


FRATOIANNI E IL PROVOLONE

Pare che ieri, all’inaugurazione della Fiera del Levante a Bari, si sia verificato un trambusto dovuto alla presenza di Fabio e Mingo in compagnia del loro ormai famoso provolone. I giornali riportano che ai “tre” sia stato severamente vietato l’ingresso in sala da parte delle forze dell’ordine, mentre si è mobilitata per questa questione anche qualche figura “istituzionale” regionale. Benchè si chiedesse ai primi du   e quale fosse la destinazione del terzo (il provolone), pare che i buoni Fabio e Mingo abbiano semplicemente taciuto, definendolo un “segreto”.

Questo segreto è stato in seguito rivelato: il destinatario era il buon Nicola Fratoianni, “assessoreaunsaccodicoseeaunsaccodisoldi” della Regione Puglia.

Ho immediatamente pensato: finalmente qualcuno si è accorto che occorreva premiare la persona che, catapultata dai “massimi sistemi del Partito” (quando il Partito contava i numeri e il potere..) in quel di bari a dirigere una Federazione apparentemente inabile a gestirsi da sola, ha gestito “summa potens” la stessa, schiacciandone implacabilmente le realtà territoriali preferendovi i personalismi metropolitani,  portato lo stesso al disastro dell’Arcobaleno, al disastro del congresso di Chianciano, alle porte della Finanza, alla combutta con il peggio democristianismo e postedemocristianismo pugliese degli ultimi trent’anni, all’abiura stessa dei servetti sciocchi che lo hanno incensato negli anni del potere segretariale barese, e, ultimo, ma solo per temporalità, all’accesso ad una funzione pubblica ottenuta “more politico” senza mai aver dimostrato di essere in grado di ottenere  quello che una volta (quando la politica aveva ancora un senso..) si definiva il solo ed unico giudizio capace di assegnare a ciascuno un ruolo politico: semplicemente il  voto,quello del consenso popolare espresso dentro un’urna.

E invece il provolone dovrebbe essere assegnato per una semplice disposizione voluta dall’assessore riguardo all’utilizzo di un non ben identificato telefonino regionale. Ben poca cosa rispetto ai guai combinati dal ragazzotto pisano a metà strada tra l’immagine artistica di una brutta/bella copia Scamarciana da idolatria di giovani in Fabbrica e quella solenne dell’unto bertinottiano prima e vendoliano poi che conta in politica: bello e potente..un vero simbolo popolare!

Cari Fabio e Mingo, penso dovreste scegliere un provolone diverso..mi permetto di consigliarvene uno punto, sapete, quello coi vermi….perchè, telefonino a parte, come i vermi il Nostro ha saputo lavorare dentro il prodotto ammuffendolo, annientandolo e sopravvivendovi..lasciando sulla strada un mucchio di macerie, di vite ed attività politiche spezzate ed illuse, proponendosi come alternativa a chi combatte quotidianamente dentro le realtà, pretendendo di rappresentarle senza mai aver rischiato una sola volta di misurarne il gradimento politico, limitandosi unicamente a pontificare o a presenziare qua e la (sopratutto la..sui giornali.. come fa una certa persona che non amiamo..) e, non ultimo, dirigendo politicamente assessorati dove, in oltre quattro mesi, pare abbia messo i piedi una sola volta….


non ho ascoltato il “discorso della luce”….

Lo ammetto. Non ho ascoltato il “discorso della luce”. Non l’ho ascoltato perchè non amo i messia. Non li ho mai amati fin dalla tenera età. Ho sempre visto dietro i banditori del mercato pericoli immani per la mia ed altrui salute. forse perchè ne ho troppo piena la testa di ricordi nelle fiere e nelle sagre paesane del mio piccolo mondo cittadino di provincia: tutti quei poveracci ridotti a prometterti cose assurde e prodotti altrimenti invendibili utilizzando linguaggi particolari. Fiumi di parole condite  di tanto in tanto  con vocaboli sconosciuti al comune parlare agreste e  più spesso addobbate di espressioni sollazzanti la volgarità popolana. Anche quelli erano (e sono) personaggi, messia da fiera che ti vendono la felicità dentro la pentola antiaderente o lo strumentino che ti pela tutto in quattro e quattrotto: la maniera per fare velocemente una stupenda parmigiana ovvero la  felicità tra le quattro mura del desco familiare. Così come quei maghi di paese (di cui il mio vanta un gran numero..) anch’essi, tavolino a corredo, che nelle feste ti leggevano la mano. “la sua mano mi parla di una cicatrice sulla gamba destra”. Se ce l’avevi davvero aveva indovinato. “veramente non ne ho, la mia gamba è immacolata e degna di un ginnasta”. “Capisco..ma non volevo dire che ce l’ha. In realtà faccia attenzione alla sua gamba destra: qui è scritto che ha tendenza ad averci dei guai”. In somma: o ce l’avevi o ti sarebbe venuta.

Ecco perchè non amo i messia. Sanno sempre dirti e parlarti di quello che vivi e di quanto sia terribile la tua esistenza. Sanno dare alito al tuo io represso raccontandoti, come se fosse una novità, il tuo essere e la tua vita. Sanno fare leva sulla tua insoddisfazione morale, sociale e culturale facendoti scoprire cose che in realtà già conosci; ma lo sanno fare talmente bene che ti sembra di aver scoperto l’America…

Non ho ascoltato il “discorso della luce” perchè ho rispetto della Cultura. Non so perchè, ma questa espressione mi fa tornare in mente l’”..infine uscimmo a rimirar le stelle”, di dantesca memoria, con la differenza che tra i due ci sono circa otto secoli di differenza: forse un attimo di infinito, ma certamente un tempo immane ed interminabile per chi nasce, vive e muore.

Non ho ascoltato il “discorso della luce” perchè sebbene, pur non amando i preti, riconosco loro di rappresentare nel bene o nel male un fatto storico, il parlare nell’idea di qualcosa che mantiene un senso nell’essere culturale e collettivo attraverso il tempo, non riconosco al messia di turno ed al dono unico ed esclusivo della sua persona e del suo pur forbito parlare uguale peso e uguale ruolo nella Storia.


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