viaggio nel quotidiano del mondo…

il territorio

Tango tangis tetigi tactum tangere. Quando la musica delle gambe traccia disegni sul selciato della piazza…


il Segno e il Sogno – appunti dal carnevale estivo di Alberobello…


un giorno al Thoronet. I luoghi della costruzione cistercense..


Paolo Ferrero, segretario nazionale del partito della Rifondazione Comunista a Locorotondo in sostegno alla lista “locorotondo Democratica”


“Il mondo del lavoro che cambia” – incontro dibattito in occasione della festa del 1 maggio – Alberobello, 30 aprile 2011


presentazione del candidato Sindaco Ubaldo Amati e della lista Locorotondo Democratica


ANSA- 12 aprile 2011 Casa: in 10 anni vola il canone, +130%


Raddoppiano i costi delle case nei grandi centri urbani

 

ROMA  – Negli ultimi 10 anni i prezzi delle case sono aumentati del 50% con punte del 100% nei grandi centri urbani mentre i canoni di affitto sono cresciuti mediamente del 130% con punte del 145% nei grandi centri urbani: è quanto si legge in uno studio della Cgil presentato in Corso d’Italia nell’iniziativa “Bisogni abitativi e housing sociale”.


Negli ultimi 10 anni si legge nello studio “l’innalzamento dei prezzi di vendita e dei canoni d’affitto delle abitazioni è stato ampio è di gran lunga superiore alla crescita dei redditi delle famiglie”. I canoni dei contratti d’affitto rinnovati sono infatti cresciuti tra il 2000 e il 2010 mediamente del 130% con punte del 145% nei grandi centri abitativi. In una situazione di generale difficoltà economica per le famiglie” prosegue lo studio, le spese per l’abitazione costituiscono una delle voci principali del bilancio familiare con quasi 2,5 milioni di famiglie (il 10% del totale) in condizione di “serio disagio” nel pagare queste spese che pesano nei fatti per oltre il 40% sul reddito. In particolare si trovano in difficoltà le famiglie in affitto (31%), quelle con i redditi più bassi, inferiori a 15 mila euro (27%) e di famiglie monogenitori con figli minori (26%). Sono in difficoltà anche i single con meno di 35 anni (il 24% del totale) a conferma delle difficoltà dei giovani nel realizzare il progetto di uscita dalle famiglie d’origine. Il 13,5% delle famiglie si è ritrovata nel 2008 in arretrato con il pagamento delle spese della casa mentre il 12% ha avuto difficoltà con i pagamenti delle utenze domestiche mentre il 14% ha fatto fatica con l’affitto e l’8% con le rate del mutuo. Tra le dinamiche che concorrono a definire il problema abitativo alcune sono legate alla tipologia familiare che si è modificata negli anni con la riduzione dei componenti per nucleo (oggi pari a 2,4 persone) mentre si è registrato un aumento dei nuclei familiari. In particolare negli ultimi 30 anni sono aumentate le famiglie con un solo componente passando dall’8,5 al 27% del totale e a questo deve aggiungersi la presenza dei migranti ai quali si deve il saldo positivo della popolazione nel nostro paese. All’inizio del 2010 gli stranieri residenti erano 4,2 milioni pari al 7% del totale della popolazione ma a questi vanno aggiunti circa 600 mila irregolari stimati. Per la quasi totalità i migranti si rivolgono al mercato dell’affitto con 1,3 milioni di nuclei familiari. L’80% delle persone vive in coabitazione con uno o più nuclei mentre l’85% ha un contratto non registrato o registrato per una cifra inferiore. La Cgil denuncia anche il calo degli investimenti nell’edilizia residenziale pubblica che rappresenta solo il 4% dello stock abitativo contro una media europea del 20%. La produzione annua di immobili di edilizia pubblica è passata dalle 34 mila abitazione sovvenzionate nel 1984 alle 2000 unità degli ultimi anni su un totale di circa 300 mila abitazioni costruite. Alla diminuzione della produzione si è accompagnato un progressivo aumento del fabbisogno stimabile in circa 600 mila domande di aventi diritto nelle graduatorie dei comuni. “Cresce il disagio abitativo – denuncia la Cgil – nonostante nel nostro paese ci siano più abitazioni che famiglie (32 milioni a fronte di 25 milioni di nuclei) nonostante una produzione edilizia nel complesso molto sostenuta. Infine la Cgil sottolinea che nel mercato dell’affitto si prevede un divario molto ampio tra il canone libero (1100 euro circa) e quelli di edilizia sociale (80 euro).


il terzo paradiso. Bari. castello Svevo

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cronologia fotografica dell’allestimento del “terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto nel castello Svevo di Bari


febbraio 2011. S. Anastasie. Var. Francia – percorsi di pietra


Incontro – dibattito: “il territorio come bene comune: dalla città al diritto all’abitare”


La pietra e la tecnica. Materiale e immateriale delle culture


Viviamo in un mondo in cui le diverse tecnologie di comunicazione e d’informazione privilegiano una sorta di presente perpetuo, senza ritorno al passato e senza immaginazione dell’avvenire. (Marc Augè)

Lo Spazio è il luogo dove stanno le cose ed il Tempo è ciò che fornisce loro la durata, che le fa essere ancora là quando le riguardiamo.

Dicendo “le cose sono” o “sono là”, ci convinciamo che “esistono”, e ciò che “esiste”, pensiamo, deve farlo , senza curarsi in alcun modo della nostra percezione o della nostra esperienza. Il Colosseo sta a Roma senza curarsi dei romani, Monnalisa sorride sia che il Louvre sia o no aperto al pubblico ed il Po scorre ugualmente anche quando nessuno ci si bagna: si suppone abbiano il loro posto e rimangano ciò che sono.

Lo spazio è il medium nel quale le cose conservano o, a seconda del caso, cambiano la loro posizione; il tempo è il medium nel quale esse devono mantenere la loro identità affinchè non spariscano come “cose” e vengano ridotte ad apparizioni momentanee

Devono necessariamente conservare la loro identità devono rimanere gli stessi individui, altrimenti, smettono di esistere.

A metà strada tra lo spazio, il tempo, le immagini, ci sono le popolazioni e gli oggetti che essi producono. Questi si possono definire tradizionali quando, nel tempo delle generazioni, sono effettuate in un luogo con continuità e in quel luogo sono note con almeno un nome proprio. Sono tramandati per consuetudine familiare o comunitaria e si caratterizzano per il passaggio da una generazione all’altra, da padre in figlio, di mano in mano: ed è proprio l’atto della consegna che dà senso alla parola “tradizione” (da trans + dare). Non fa differenza la localizzazione, l’ampiezza del luogo né la durata della continuità (due o più generazioni), e neppure la qualità del nome con il quale sono noti (di origine dotta o dialettale, coniato o alterato dalla fantasia), perché il nome della notorietà — il nome riconosciuto e usato dalla gente — è sempre quello vero: la sua presenza nel lessico comunitario è di per sé prova del legame locale ed è indizio di una relazione intessuta di memoria e identità. non sono solo il risultato di una risposta adattativa alla pressione ambientale, ma anche un prodotto culturale, derivante dall’attività dell’uomo.

Sono deposito di consuetudini e conoscenze, sono manufatti e, sapendoci leggere l’alfabeto del tempo, documenti.

Formano un patrimonio collettivo di conoscenze, gesti e consuetudini, del quale sono titolari le comunità locali, che non può essere liquidato, né espropriato da alcuna espressione dei poteri pubblici, né privatizzato e tanto meno brevettato.

Si preserva e si dà valore al patrimonio se si preserva e si dà valore al contesto. nel quale si è formato ed è evoluto. Fuori da questo contesto, dalla priorità del ruolo e dell’interesse degli attori dai processi di conservazione dinamica del quale essi sono protagonisti, restano solo oggetti amatoriali, da collezionisti, soprammobili da museo, esercizio di buoni sentimenti o puro supporto di in-formazioni tecnico-archeologiche

Questo patrimonio collettivo è parte integrante del concetto di identità, del significato dell’essere del mondo e degli oggetti; ci dice che il mondo che abbiamo intorno è un prodotto tra lo stato di natura e l’opera dell’uomo. L’immagine che fermiamo è composta dalla combinazione tra la consistenza della natura, l’essere materiale, e la trasformazione a questa applicata dalle mani dell’uomo attraverso le tecniche generate a loro volta dalle esigenze dell’uomo stesso. Dietro questo processo si cela il significato stesso di “cultura”.

Tuttavia le culture non sono entità fisse e immutabili, ma sono le risultanti di processi storici, sono plurali e composite, e al loro interno si trovano elementi diversi e persino contrastanti. Le culture hanno sempre un carattere relazionale in quanto si costituiscono, agiscono, convivono solo in relazione alla storia e al confronto con sistemi culturali differenti.

Da ciò possiamo dedurre che:

L’”identità” esiste in rapporto inevitabile con la “diversità” – Nessuna identità si può costruire senza alterità,nessun presente si può edificare senza passato e senza avvenire.(Marc Augè)

  • L’identità  e’ composta da una molteplicita  di appartenenze (non è esclusiva, altrimenti sarebbe copia)

- l’”identità culturale” non corrisponde semplicemente alla provenienza geografica di una persona o di un gruppo.

  • Ma soprattutto che l’identità appartiene al mondo dei “vivi”, di coloro “che esistono” dentro la capacità di giudizio, di operatività, di scelta: in una parola di coloro che “sono” e che operano una continuità progettuale e coerente nella storia di coloro “che sono stati”.

In letteratura esiste un fenomeno chiamato “doppio d’aria”. Si tratta della costruzione di falsi, vere e proprie copie che sono utilizzate dagli autori per agevolare lo svolgimento della trama. Tipico è il caso di Omero che fa spesso ricorso a tali stratagemmi. In particolare, nell’Eneide, quando Turno, re dei Rutuli, per volere degli Dei ha ormai il destino segnato nel duello con Enea, Omero, attraverso la figura di Giunone, si inventa un “secondo Enea”, una copia, che attira il re fino ad una nave. Qui Giunone libera gli ormeggi, allontanandolo così dalla battaglia e quindi, dalla morte, mentre la figura fittizia creata di Enea si dissolve. Ebbene questo doppio personaggio creato, questo “doppio d’aria” è in tutto e per tutto simile all’originale, ne è una copia perfetta, uguale nell’aspetto, nell’ardimento, nel comportamento. Tranne che in un particolare: questo Enea dice cose insensate, scoordinate, è quello che viene comunemente definito un soggetto “sine mente”. La copia è, nei fatti, identica all’originale (tanto da indurre all’inganno il soggetto) tranne che in quest’ultimo particolare. E’ molto interessante sottolineare che Omero, nel fare ricorso a simili stratagemmi letterari, chiami questi soggetti con l’attributo di “Afradès” e li collochi sempre in quanto appartenenti al regno dei morti, creando questa contrapposizione inevitabile con il mondo dei vivi, di coloro che sono “cum mente”.

Il patrimonio architettonico dell’uomo è, come tutte le altre espressioni della sua attività creatrice, un’arte autografa, non allografa. Ciò significa che essa non è riproducibile senza perdere il proprio specifico significato che la individua in modo inequivocabile nella materia e nel tempo (il “qui e ora” di Benjamin).
E’ qui la distinzione che separa ogni oggetto dalla sua replica, dalla sua copia.. Goodmann nel 1968 scriveva: “Contraffatto è quell’oggetto che pretende di avere la storia di produzione dell’originale”. Ciò che Umberto Eco definì: “prodotto con l’intenzione di far credere a qualcuno che è indiscernibilmente identico a un altro considerato unico” .

Un oggetto è autentico quando oltre ad “essere” è distinguibile e vero.
Ogni arte, ogni espressione dell’uomo, deve non solo “essere”, identificarsi, ma anche essere “”vero”, autentico, quindi appartenere alla sfera della “vita”, che è in contrapposizione con quella della “morte”, della possibilità di “continuare” in contrapposizione alla condizione del “fermarsi”.

Le certificazioni delle reliquie, ad esempio, vengono chiamate “autentiche”: esse ci dicono che oltre ad esistere, quell’oggetto, quel frammento, E’ l’oggetto che veneriamo, e non soltanto l’immagine o la sua rappresentazione, e pur tuttavia non fa parte, come si potrebbe immaginare, della sfera della morte, perché dentro quell’oggetto continuano a vivere una storia, una tradizione, i costumi e le usanze dei popoli

Ecco che al concetto di identità si associa il concetto di autenticità.

Nella carta di Cracovia (2000) inerente i principi per la conservazione ed il restauro del patrimonio costruito sono presenti entrambe le definizioni:

Per Identità si intende il comune riferimento di valori presenti, generati nel contesto di una comunità e di valori passati reperiti nella autenticità del monumento.

Per Autenticità si intende la somma dei suoi caratteri sostanziali, storicamente accertati, dall’impianto originario fino alla situazione attuale, come esito delle varie trasformazioni succedutesi nel corso del tempo

Durante questo congresso parleremo di catalogazione, di archiviazione, e archiviare significa non solo raccogliere ma operare delle scelte e studiare delle strategie per catalogare, raccogliere, disporre, conservare.

Alla parola archivio si associa sempre una idea di autenticità, di verità.
Le cose ivi contenute assumono uno statuto di autenticità immediata. La stessa pretesa di autenticità che hanno le parti storiche della città in relazione alle parti moderne e che dovrebbero avere i paesaggi nella pianificazione dello sviluppo territoriale.

Una volta definito cosa sono e quanto veri sono gli oggetti che l’uomo costruisce occorre capire quali relazioni essi instaurano con la cultura, con la complessità di saperi ed esperienze che strutturano le società. Si tratta, in soldoni, di capire quali meccanismi e relazioni intercorrono tra l’essere materiale dell’oggetto e l’immaterialità del suo concepimento e della sua realizzazione. Voglio dire che un oggetto esiste in quanto prodotto fisico dell’uomo, ma la storia della sua produzione passa attraverso una serie di processi che non sono prettamente fisici, le conoscenze, l’esperienza, i gesti, le parole…. Se vedo un muro a secco mi rendo conto che l’oggetto esiste, sta in quel posto e quindi è materiale. Ciononostante non posso non pormi il problema della sua provenienza della cultura che l’ha prodotto, della somma delle immaterialità che ha contribuito alla sua esistenza.

Tutto questo pone inevitabilmente una questione di connessione tra oggetto materiale e cultura immateriale che lo ha prodotto. Ed è in questo senso che va ricercato un nuovo significato del valore della pietra a secco.

La realtà in cui le cose sono e perdurano è così saldamente radicata nel modo in cui pensiamo, che essa sembra assolutamente indispensabile. Berkeley, che si interrogò se un albero che cade nel fitto della foresta produca un suono, subì l’indignazione e fu ridicolizzato come un folle. Ma, Berkeley aveva toccato un punto sensibile. Aveva capito che concetti quali “albero” e “cade” e “produrre un suono” contengono, come parti integranti, delle relazioni; relazioni tra l’essere materiale albero, l’atto del cadere ed il suono in quanto effetto (indipendentemente che ci sia qualcuno ad ascoltarlo). per conoscere ciascuna di queste relazioni, il conoscitore doveva porle.

Ebbene, io oggi penso che sia indispensabile identificare le diverse parti per capirne le relazioni. Quando parliamo di “pietra a secco” andiamo a citare un materiale (la pietra) ed una azione (a secco) che indica una “maniera” di costruire, un uso, e, quindi, non materialmente tangibile: una immaterialità.

La Convenzione mondiale del patrimonio culturale materiale del 1972 aveva posto le basi per una riconoscibilità dei beni culturali e l’impegno per la loro salvaguardia, stabilendo una distinzione tra beni naturali, monumenti e beni misti.

Si venne pian piano ad evidenziare un netto squilibrio, poiché i siti riguardanti i capolavori dell’umanità iscritti nella lista del patrimonio mondiale erano, e sono ancora, di carattere monumentale e materiale, nella grandissima maggioranza, ubicati nei paesi occidentali, mentre le espressioni culturali viventi e prevalentemente immateriali del ‘sud’ del mondo non erano rappresentate (considerando come espressioni “del Sud” anche tutte quelle, come la pietra a secco che, pur persistendo nella sfera “occidentale” e progredita del mondo, costituivano, nei confronti dei loro parenti “nobili” della storia, le cenerentole della cultura).

Nel 2003 un’altra Convenzione, quella del Patrimonio culturale immateriale è stata sottoscritta. Nei fatti accedono, con quest’ultima allo stesso statuto tutti quei beni che sono “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale (art.2 della Convenzione).

Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è ricreato continuamente dalle comunità e gruppi in funzione del loro ambiente, della interazione con la natura e con la storia, procura loro un sentimento di identità e di continuità e contribuisce a promuovere il rispetto della diversità culturale e della creatività umana” (sempre stesso articolo della Convenzione).

L’estensione del concetto da “materiale” ad “immateriale”, sebbene da un lato conceda l’accesso al rispetto ed alla valorizzazione a beni che altrimenti non sarebbero fisicamente e materialmente identificabili (e, di conseguenza, non si saprebbe bene quale loro “fisicità” occorrerebbe salvare), dall’altra apre una serie di considerazioni su tutti quegli altri beni, come la pietra a secco che, benchè fisicamente e materialmente identificabili in quanto oggetti costruiti, resterebbero relegati nella sfera della conservazione prettamente fisica. Voglio dire che, se pure riuscissimo a conservare le testimonianze fisiche dell’architettura in pietra a secco, potremmo rischiare, come in realtà sta succedendo in alcune parti, di perderne i suoi caratteri culturali, le sue pratiche, le gestualità compositive, l’”idea” stessa della tecnica quando questa, come in tempi correnti, non coincide più esattamente (o apparentemente) con la strutturazione e lo sviluppo del territorio. In altre parole quando essa comincia a diventare “vecchia”, non moderna, non rispondente alle nuove esigenze funzionali di strutturazione dello spazio agricolo e/o urbano..

La grande rivoluzione della Convenzione culturale del patrimonio immateriale sta, per quanto ci riguarda, nel porre, direttamente o indirettamente, la questione del rapporto tra l’essere fisico degli oggetti e la cultura che li ha prodotti. Viene centrato il paradigma sulla protezione dell’oggetto attraverso lo studio, mediato dall’intervento di una categoria di specialisti e tecnici, a una prospettiva centrata sulla salvaguardia delle pratiche e dei “processi culturali” e quindi anche del contesto sociale della loro produzione.

L’oggetto patrimoniale è ormai diventato la produzione “vivente” della cultura nel suo divenire. Applicare la convenzione significherà quindi non tanto -o non solo- documentare e studiare il patrimonio culturale immateriale ma creare le condizioni che garantiscano che queste pratiche continuino a trasmettersi in forme adattate ai nuovi contesti storici e sociali. Le istituzioni stesse sono destinatarie di una missione e di un ruolo: quello di essere soprattutto un sostegno alle iniziative delle comunità e dei gruppi che si riconoscono come depositari e “produttori” delle pratiche immateriali che questo strumento tutela.

L’idea della salvaguardia si presenta quindi come una delle proposte più interessanti per superare il classico approccio della protezione conservativa fino ad ora adottato per i monumenti storico-artistici dove “conservazione “ significa lotta contro la degradazione, la sparizione o la distruzione.

Se, fino ad ora, l’azione delle istituzioni era rivolta al recupero, allo studio e alla conservazione delle reliquie del passato, l’applicazione della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale implica necessariamente un rinnovamento degli obbiettivi dell’azione istituzionale in vista dei quali diventa necessario elaborare delle nuove strategie di intervento.

Tutta la complessità di regole e saperi, che costituisce testimonianza della cultura materiale locale, oggi è in pericolo di sopravvivenza e riconoscibilità, e tende a dispersi frettolosamente negli anni.

Alla progressiva globalizzazione del mercato, della comunicazione e della conoscenza, si giustappone la sempre più netta convinzione che la cultura dell’identità di un territorio rappresenti il principale riferimento etico, ambito della memoria locale e testimonianza delle diversità storiche e socio-economiche d’intere collettività.

Purtroppo, nel corso degli interventi di conservazione e manutenzione del patrimonio immobiliare storico, c’è il rischio di cadere nella banalizzazione, nell’errore concettuale, nella conseguente perdita e distruzione degli elementi che costituiscono l’identità di un luogo.

occorre una “strategia”. Una strategia che operi verso la salvaguardia degli oggetti certamente, ma che in maniera netta, evidenzi il significato e il valore delle culture che li hanno prodotti. Tutto quel tesoro di esperienze, conoscenze, oggetti, linguaggi, ecc. che costituiscono l’asse portante delle culture e strutturano loro, immateriali espressioni dell’uomo, la materialità dei patrimoni che ci restano.

Salvare l’immaterialità del gesto significa salvare la materialità dell’oggetto

Il patrimonio immateriale è sovente presente, inscritto nel patrimonio materiale, negli oggetti materiali della vita quotidiana o delle pratiche rituali… Salvaguardare il patrimonio immateriale non è tecnicamente possibile se non si concretizza in patrimonio materiale. Questo si ritrova nei gesti degli artigiani, nella voce degli attori, nella postura dei danzatori, e più semplicemente nei comportamenti di coloro che quotidianamente rispettano un certo numero di usi e adottano determinati comportamenti corrispondenti a regole non scritte, ma inscritte nello spirito di ciascuno (Marc Augè)

Arch. Michelangelo DRAGONE


VEZIO DE LUCIA: IL DEVASTANTE ART.49 DELLA MANOVRA

FONTE: l’Unità, 12 luglio 2010

«Privatizzando lo Stato si devasta la democrazia e la cultura pubblica»

Uno scioglilingua: non ci sarà più la “Dia” ma la “Scia”. Non la “dichiarazione di inizio attività” ma la “segnalazione certificata di inizio attività”. Ma dietro quella parolina: segnalazione al posto di dichiarazione si nasconde «il condono preventivo», l’atto finale di un «progressivo azzeramento del controllo del territorio». Se passerà l’emendamento del senatore Antonio Azzollini, relatore di maggioranza per la manovra finanziaria, per impiantare un’impresa, un centro commerciale,un laboratorio artigianale, non ci sarà bisogno di autorizzazioni, basterà l’autocertificazione e, in materia ambientale, sarà sufficiente la certificazione fornita da istituti universitari o altri organi con “capacità tecnica equipollente”.

«Con il pretesto di lottare contro una burocrazia soffocante – sostiene Vezio De Lucia, che è uno degli urbanisti più prestigiosi in Italia – in effetti si distrugge la Pubblica amministrazione in modo così radicale da intaccare la stessa democrazia. Pezzo a pezzo si annullano le regole dello stato moderno». Si potrebbe obiettare che lo spirito della legge sia rafforzare la responsabilità individuale, chi autocertifica il falso risponderà ex post. Non è così, secondo De Lucia: «Il controllo a posteriori non esiste e la prova regina è che ancora oggi si stanno smaltendo le pratiche del primo condono, quello fatto da Craxi nel 1985». E il paradosso è che ormai siamo al condono preventivo, «che non porta nemmeno soldi nelle casse dello Stato». «Penso – dice l’urbanista – che il condono in materia edilizia sia persino peggiore di quello tributario che produce un danno etico ma, dopo 20 anni, nessuno se lo ricorda, invece il condono edilizio produce una ferita che resta in eterno».

Quello di cui si discute in Senato è un capovolgimento di valori, un «colpo micidiale» al nostro ordinamento: «Siamo stati il primo stato moderno a mettere la tutela del paesaggio nei principi costituzionali» ora, invece, c’è «l’annichilimento del parere delle soprintendenze, l’edilizia comanda sull’urbanistica e il principio del silenzio-assenso pone la questione della tutela sullo stesso piano di ogni altra espressione della Pubblica amministrazione, facendo perdere ogni gerarchia di valori».

Pretesti L’oppressione burocratica è un pretesto, «Nelle regioni più attente, in Toscana, per esempio, non ci sono lamentele degli imprenditori, le cose vanno male in quelle realtà del sud dove prevale la peggiore sub-cultura familistica che non accetta le regole». D’altra parte «è questa la mentalità del premier Berlusconi», la sua storia di imprenditore che scardina le regole e per la quale oggi ci troviamo il frutto avvelenato «di una informazione Tv che ha ucciso lo spirito critico e propagato un modo di pensare tutto privatistico». È questa mentalità che porta ad accettare «la devastazione della cultura pubblica». C’è una responsabilità «grave» del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, la cui politica contrasta «il codice Urbani che è strumento valido e al quale, non per caso, ha lavorato, come presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, Salvatore Settis che si sta battendo con coraggio e lucidità». Ma quello che sta accadendo in Senato segue «una sfilza di provvedimenti precedenti» come l’approvazione del federalismo demaniale: «C’è qualcosa di simbolico nel fatto che subito dopo l’unità d’Italia, con l’esproprio dei beni ecclesiastici, lo Stato unitario demanializzava, creava beni pubblici. Oggi, a 150 anni, si privatizza».

FONTE: l’Unità, 12 luglio 2010


de profundis per il territorio

Articolo 9 della Costituzione Italiana: “”la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. Il Decreto- Legge Tremonti in esame al parlamento porta l’ennesimo attacco a questo articolo già profondamente segnato da anni di malgoverno ed incuria. passeranno più agevolmenente e senza opportuna garanzia di controllo le operazioni di cementificazione del territorio regalando opportunità finanziarie a gruppi imprenditoriali già abbondantemente serviti dalle disposizioni del federalismo demaniale che svende, di fatto, al miglior offerente, i beni pubblici dello Stato.

La manovra di Tremonti è concepita nel segno della “semplificazione” e collocabile nell’espressione “un’impresa un giorno”. L’art. 49 di questa manovra è intitolato “Disposizioni in materia di Conferenze di Servizi” ed intende occuparsi di semplificazione procedurale in materia urbanistica. Gli ultimi ritocchi a questo articolo consentono, nei fatti, di aggirare tutti quei controlli preventivi che garantiscono (talvolta “garantirebbero”..) la corretta apertura di esercizi ed aziende in genere. basta avere il requisito di “impresa” e sottoscrivere una autocertificazione per aprire una qualsivoglia attività. Saltano tutti i sistemi di controllo preventivi, che vengono rimandati “a posteriori” rispetto all’apertura dell’attività.

In campo urbanistico e territoriale questa disposizione diventa ancora più deleteria. Viene di fatto eliminato tutto il sistema di controllo legato alla normativa di tutela ambientale e all’intero regime delle autorizzazioni in vigore nel nostro Paese. La D.I.A., che non sostituiva i permessi di costruire, ma li integrava nelle opere di minore entità e, quasi completamente non rientrava nei processi di nuova volumetria, viene sostituita dalla S.C.I.A. e basta una semplice dichiarazione certificata da un tecnico abilitato mentre già si apre il cantiere di qualsiasi entità (dalla piccola stanzetta fino a volumetrie enormi e persino infrastrutture..) ed in  qualunque zona del territorio o della città. In assenza di contestazioni da parte delle amministrazioni nei trenta giorni successivi, si può procedere all’attività edilizia, salvo a vedersi quello che può succedere in seguito.

Non basta. Le autorizzazioni paesaggistiche, fin qui delegate alle Sovrintendenze ed alle Regioni, rientrano nell’ambito della Conferenza di Servizi e, in quanto tali, sottoposte al regime di silenzio-assenso, con il rischio, estremamente probabile, che, se il parere non arriva entro i termini, venga considerato positivo.

La stessa V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale) non sarà più rilasciata solo dal Ministero dell’Ambiente e dalle Regioni, ma potrà essere appaltata ad enti pubblici  ed Università, assegnandovi  di fatto un compito di controllo della tutela che esse non hanno e non possono avere.

Sarà uno scherzo costituirsi in “società” e tirare su villini, ville, palazzi, interi quartieri e chi più ne ha più ne metta… Ancora una volta ad essere danneggiati saranno i cittadini.. quelli che ci hanno messo una vita a farsi una casa, quelli che le tasse le pagano, che per costruire la loro abitazione hanno dovuto fare la trafila e, spesso, sacrificarsi a vivere ed arrangiarsi laddove non era per loro possibile o tutti coloro che aspettano da tempo l’attuazione delle politiche sulla casa e le promesse di assai improbabili percentuali di volumetrie dedicate all’abitazione sociale (vedasi il caso del DPP del Comune di Bari).

la realtà è che costruirà solo chi potrà permetterselo ed in particolar modo coloro i quali disporrnno di denaro e potere tali da mettere in moto imprese e capitali. Il tutto senza il pericolo del controllo pubblico: costruiranno dove vorranno mettendo in crisi tutto il sistema urbanistico che talune Regioni stanno strutturando nella speranza di mettere ordine su di un territorio sempre più sotto attacco. Salteranno le logiche paesaggistiche, ma anche quelle di rigenerazione territoriale, le programmazioni strategiche e quelle di area. A farle saltare saranno probabilmente gli stessi imprenditori che ne fanno parte, i gruppi finanziari protagonisti delle operazioni territoriali, dei project financing elaborati con gli stessi enti amministrativi locali. Alle bande di progettisti “cacciatori di taglie” che già hanno il controllo progettuale e tecnico delle operazioni di strategia territoriale e che, di fatto, controllano ormai qualsiasi strategia di sviluppo, dal piccolo progetto al grande piano, non parrà quasi vero di poter ampliare l’orizzonte della circolazione di capitali e cemento di cui erano ormai convinti aver raggiunto il totale controllo.

Intanto noi, cittadini qualsiasi, rimarremo a chiederci dove sono finite le regole, che senso aveva tutto l’ambaradan di promesse sulla partecipazione al governo del territorio e sopratutto che senso ha ancora quel famoso art. 9, anch’esso calpestato e deriso nell’attesa della revisione o, temo, della riscrittura dell’intera Costituzione da parte di una classe politica alla mercè del capitale


Non disturbate il Geometra…

Dovevamo aspettarcelo lo spettacolo infame dei manganellatori alla manifestazione pacifica degli aquilani a Roma. forse non se l’aspettavano i bravi aquilani accorsi ad omaggiare il Gran Capo all’indomani del terremoto nelle sue quasi quotidiane apparizioni cantieristico-telegeniche, quando lo accoglievano trionfante col casco da geometra in testa e il piglio da DirettoredeiLavorImprenditoRisolutoreFacciotuttoio. Si accettavano persino le battutine lanciate lì, per caso, sulle mogli terremotate. Tanto il Geometra del potere avrebbe risolto tutto in quattro e quattrotto. E invece ancora lì a marcire in case simil-miracolo, sbattuti lontani da un luogo percosso dalla terra ed intoccato, abbandonato a se stesso e preda di tecnici intellettuali d’ogni tipo ed imprese più o meno pulite a recintare sogni fatti ancora di cumuli di pietra. E intanto il tempo passa, la città è ferma ed il lavoro pure. Ma le tasse no.. quelle marciano e non guardano in faccia nessuno: che abbia casa, che abbia un luogo dove vivere o anche lavorare. Come si fa a pagare le tasse se non si lavora?

Glielo dovevano chiedere proprio oggi al Geometra, ma lui era occupato a tener duro sulle personali leggi da difendere. Pussa via.. non c’è tempo.. tornate un’altra volta. Che qua i problemi sono altri. Che volete che gliene freghi al geometra delle vostre tasse da pagare, mentre lui sta lottando persino coi suoi uomini e con l’aria di rivolta delle centurie fasciste che non riesce più a gestire?

Che i preposti all’ordine facciano il loro compito. Circolare, per la miseria! e se qualcuno insite un po di più vediamo di rinfrescare la memoria di queste teste calde che paiono aver dimenticato che è anche esistita una Genova ed una Diaz. ma scherzate? Mi bloccate pure il traffico nella capitale che poi chi se li sente più gli amici leghisti?

Tornate a casa e non vi lamentate, tra qualche giorno vengo a farvi visita, mi rimetto in testa il casco, vi nomino tutti assistenti di cantiere e vedrete che tutto sto pandemonio pass.. che poi.. in fondo.. è tutta colpa di sti quattro giornalisti al soldo dei comunisti….

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/07/07/visualizza_new.html_1850343377.html


ma si tratta davvero di un incidente?

Una settimana prima dell’incidente petrolifero e della conseguente catastrofe ambientale in Florida, la Goldman Sachs, potente banca che si occupa dei capitali del Vaticano, vendeva il suo 49% delle quote di proprietà della Halliburton – British Petroleum. Appena tre settimane prima, la stessa banca aveva acquistato il 100% della Nalco Holding Company di Naperville, Illinois, società che ha acquisito i diritti a produrre dalla Exxon il Corex 9500, il potente solvente pompato in dosi massicce  a 1500 metri di profondità per ridurre i rischi di inquinamento prodotti dalla fuoriuscita del petrolio. Rapporti scientifici dimostrano che il Corex 9500 risulta essere quattro volte più inquinante dello steso petrolio, causando così una catastrofe ancora maggiore di quella della fuoriuscita del petrolio stesso.

Facile immaginare la condizione delle quotazioni in borsa della BP  e della Nalco: una allo sfascio, l’altra alle stelle…intanto le quotazioni della BP sono a un minimo impensabile: vuoi vedere che la Goldman Sachs si ravvede?.. sarebbe une delle operazioni di speculazione tra le più importanti e le più catastrofiche per l’ambiente.

Queste banche sono state aiutate dai governi centrali: perchè mai rifocillare finanziariamente questi banditi?

http://fruimex.splinder.com/post/22858168/pensar-male-e-peccato-ma-a-volte-si-potrebbe-scorgere-la-verita


Stato, federalismo demaniale e mafie locali

Il federalismo demaniale agli enti locali è ormai una operazione praticamente avviata. Un numero immenso di beni sono a disposizione delle autonomie locali. Si tratta di beni di tutti i generi, dagli immobili a pezzi di territorio, spiagge, fari, montagne, isole, acquedotti, ferrovie, caserme, aereoporti, basi missilistiche dismesse e chi più ne ha più ne metta. La legge prevede che per entrarne in possesso le autonomie locali debbano prioritariamente valorizzarli, ma eventualmente anche alienarli a patto che gli introiti vadano a riduzione del debito.

Cerchiamo di capire esattamente quello che è previsto che succeda e quello che in realtà potrebbe succedere.

La manovra è fondamentalmente voluta nello spirito da un lato di alleggerire direttamente le casse dello Stato dagli oneri derivanti, per quello che viene fatto, dalla manutenzione degli stessi, e dall’altro di rendere attivamente partecipi le autonomie al bilancio e ai compiti di amministrazione dello Stato in riferimento ai beni presenti sui territori di appartenenza. Fin qui lo spirito di fondo della legge. La filosofia reale è:  lo Stato non ha più la possibilità di spendere soldi per manutenzionare tutti questi beni, per cui, se siete in grado da soli di gestirli ve li diamo, altrimenti vendeteveli e così rimpinguiamo le casse del bilancio statale.

Vediamo ora in cosa si può tradurre effettivamente una operazione di questo tipo.

L’obbligo di valorizzazione prioritario è un atto sacrosanto e dovuto (senza il quale, tra l’altro, cadrebbe il senso stesso della manovra..) ma presenta qualche limite oggettivo. La valorizzazione di un bene è  una operazione difficilmente realizzabile, direi quasi impossibile, per delle amministrazioni che non dispongono di bilanci solidi. Se da un lato il trasferimento di proprietà comporta l’assunzione di tutto il processo di manutenzione del bene stesso (con relativi costi di gestione..) la valorizzazione è una operazione che comporta anch’essa importanti investimenti, e non solo di tipo politico intellettuale e programmatico, ma di moneta sonante ed è molto difficile che le vuote e debitorie casse dei Comuni del nostro Paese possano essere in grado di adempiere a tale compito. La seconda parte delle condizioni di trasferimento dei beni, al contrario, sembra molto più fattibile in quanto comporta l’entrata in scena dei capitali privati e degli investimenti dei piccoli, medi e grandi gruppi finanziari. Sorge immediatamente una prima domanda: ma, se il legislatore era al corrente della difficoltà degli enti locali ad assumersi il compito di gestirli, perchè ha dato direttamente loro la possibilità di venderli visto che la proprietà resta fino a quel momento dello Stato stesso? Non poteva esso stesso provvedere alla loro vendita? Sicuramente questa scelta è stata condizionata dal fatto che già in precedenza questo governo aveva provato a cartolarizzare le proprietà per venderle, provocando nell’opinione pubblica una ondata di proteste e l’accusa di gestire il patrimonio pubblico in maniera centralizzata per rimpinguare le proprie casse con evidenti rischi di gestione mafiosa del processo di vendita.

La soluzione, quindi, è stata quella di affidare la vendita dei beni direttamente alle autonomie locali scaricandosi una responsabilità politica importante (e dando un ulteriore colpo all’assetto ed alla credibilità dello  Stato dichiarandolo ormai persino incapace di gestire i beni di proprietà: attacco alla Costituzione docet!). Sotto questo aspetto una volta ancora l’idea federalista circolante esprime in tutta la sua chiarezza l’attacco alla unità dello Stato e lo scopo a disgregarne l’apparato sovrano.

Messo comunque a parte questo aspetto, resta il fatto che i Comuni sono invitati ad una allettante operazione di vendita di beni che gli rivengono in proprietà dallo Stato. Come si comporteranno?

Non  è, come già detto, un mistero che in pratica nessuno di essi potrà essere capace da solo di effettuare operazioni di valorizzazione di detti beni, per cui i loro sforzi saranno protesi completamente alla vendita. Si potranno avere due casi di figura. Il primo riguarda una compartecipazione possibile degli enti stessi, magari tramite operazioni di project financing realizzate in cooperazione con i privati (ma nelle quali è scontato immaginare che i privati stessi parteciperanno solo ed esclusivamente nella misura in cui potranno farvi la parte del leone..), l’altro comporta “tout court” la vendita di tali beni ai privati.

Ma per quali motivi un privato dovrebbe accollarsi l’acquisto di un immobile di cui lo stesso Stato non è in grado di occuparsi? Molti di questi beni non costituiscono di per sè risorse utilizzabili o perchè hanno bisogno di ingenti investimenti per essere messi a frutto oppure perchè essi stessi non sono direttamente utilizzabili in termini produttivi. Chi si comprerebbe uno stadio oppure una linea ferroviaria dismessa? Quale operazione redditizia, in sè tali beni sarebbero in grado di realizzare? Messa in questi termini l’operazione di vendita risulterebbe assolutamente nulla: nessuno si presenterebbe ad acquistare questi beni. Ma il venditore  si da il caso che sia anche una amministrazione e, in quanto tale, anche capace di condizionare le regole di programmazione, vale a dire capace di operare variazioni programmatiche all’uso del territorio. Non dimentichiamoci che in un passato recentissimo l’amministrazione comunale di Bari, ad esempio, ha avuto la necessità di mettere in vendita il proprio stadio e, non avendo nessun compratore (come biasimarli? Che investimento può costituire un immobile del genere dai costi altissimi e dai ricavi poverissimi?..) ha pensato bene di effettuare una variante al proprio strumento urbanistico rendendo edificabili le aree contermini allo stadio e consentendo in tal modo l’appetibilità all’acquisto. Esempi di questo tipo si possono ripetere in quantità impressionante (direi quasi automatica), provocando un ulteriore attacco al territorio e rilanciando in maniera esponenziale il consumo di suolo in un Paese già gravemente ferito sotto questo aspetto. Le lobbyes del cemento affilano le lame, i contatti tra imprenditori e politici si moltiplicano. L’occasione è ghiotta: la geografia del potere locale si ri-strutturerà e consoliderà nel controllo del territorio.

Stuoli di progettisti di operazioni finanziarie con la bava alla bocca si precipiteranno nelle stanze di assessoruncoli e funzionari pubblici. Vecchie e nuove mafie locali andranno a risistemarsi al nord come al sud e, quel che è peggio, ci venderanno le loro operazioni come esempi di buona gestione della cosa pubblica.

mentre la geografia dei sistemi di potere si posizionerà dentro l’orgia degli investimenti, delle promesse di lavoro e benessere individuale e sociale, gonfiando il portafogli elettorale delle mafie politiche locali lungo tutto l’arco costituzionale nell’attesa delle elezioni a venire…

no..non è proprio una bella prospettiva…

Il panorama non è allettante. Occorre dare una risposta a questa sciagura che rischia di abbattersi sulle teste dei cittadini, sostituirsi in maniera diretta e popolare all’assenza di una opposizione parlamentare generalmente correa e consenziente, smascherare e raccontare la vera storia e il vero progetto nascosti dentro un’idea di federalismo che altro non è che attacco allo Stato, al Paese, alla sovranità popolare mentre ridisegna il sistema di controllo dei poteri locali a suon di soldi con la scusa della recessione e di una crisi, ancora una volta, causata da pochi, e pagata da noi tutti.


AREA METROPOLITANA, CITTÀ METROPOLITANA E AREA VASTA DI BARI

Tanto la realizzazione dell’Area Metropolitana di Bari, quanto la realizzazione dell’Area Vasta Terra di Bari 2015, sono state fortemente condizionate dal timore della Regione Puglia e della Provincia di Bari di perdere gran parte di quel potere politico-amministrativo qui concentrato, ovvero di perdere quella capacità di attrazione e di far propri quei flussi di spesa pubblica e di risorse private, in genere destinate a tutto il territorio regionale.

Questo timore è stato ampiamente manifestato soprattutto nel caso dell’Area Metropolitana di Bari. Quando fu introdotta con la Legge n. 142/90, l’Area Metropolitana di Bari sembrò essere uno strumento abbastanza adeguato nel rispondere ai cambiamenti che si erano susseguiti nel territorio a causa del boom economico degli anni ’60, a causa dei processi di crescita urbana degli anni ’70 e a causa degli effetti della crescita economica degli anni ’80. Tuttavia, tanto dallo studio degli “Atti parlamentari” di questa legge, quanto dall’analisi dell’atteggiamento tenuto dagli enti locali coinvolti nella realizzazione dell’Area Metropolitana di Bari, la cosa che più di ogni altra si evinceva non era tanto la volontà di utilizzare questo strumento per rispondere a questi cambiamenti, quanto la volontà di creare un nuovo ente locale, avente il solo scopo di ampliare e rafforzare quel potere politico-amministrativo esistente nella città di Bari.

Ovviamente, non appena ci si rese conto che lo strumento dell’area metropolitana era in antitesi con quelle logiche accentratrici e dirigistiche di questo potere (perché disciplinato dalla legge, perché basato sul principio dell’autonomia locale e perché impostato su contributi teorico-metodologici assolutamente partecipativi ed inclusivi, quali il networking, l’effetto città e l’approccio sistemico), si fece di tutto per non attivarlo, evitando, così, il duplice rischio del ridimensionamento del potere politico-amministrativo concentrato nella città di Bari e della crescita della visibilità degli altri comuni della provincia a discapito della città di Bari.

Tale atteggiamento passivo fu tenuto fino a quando nella finanziaria del 1994 si stabilì che le tutte le Regioni (e quindi anche la Puglia) erano dispensate dall’obbligo di istituire le Aree Metropolitane. Ma sei anni più tardi, con il “Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (D.Lgs. n. 267/2000), Bari ridiventava ancora una volta Area Metropolitana; in più, gli fu la possibilità di istituire assieme ad alcuni comuni (e cioè a quelli “… uniti da contiguità territoriale e da rapporti di stretta integrazione in ordine all’attività economica, ai servizi essenziali, ai caratteri ambientali, alle relazioni sociali e culturali…”) anche la “Città Metropolitana” e cioè un’ulteriore struttura, complementare all’Area Metropolitana, che rappresenterebbe un altro livello di governo che va ad aggiungersi a quello dell’Area Metropolitana.

Con l’opzione della Città Metropolitana si sta proponendo, dunque, un modello di area metropolitana adeguata solo ad accrescere il primato gerarchico e territoriale della città di Bari, ma non certo a gestire il territorio in funzione dei cambiamenti cui si è fatto prima riferimento.

Per questo, l’istituzione della Città Metropolitana ha allertato, più della stessa Area Metropolitana, tutti quei comuni più prossimi alla città di Bari che, non volendo aderire e non potendo far parte di nuove province, si ritroveranno nella condizione di dover necessariamente far parte della Città Metropolitana e quindi, nella condizione di dover necessariamente subire una forte limitazione della propria autonomia locale.

Come si può vedere, il modello di area metropolitana proposto nel Testo Unico del 2000 è molto più accentratore rispetto al primo modello previsto dalla Legge n. 142/90. In quest’ultima normativa, infatti, era prevista un’articolazione amministrativa dell’area metropolitana su due livelli (città metropolitana e comuni), e si dotavano gli stessi comuni, sia di uno strumento istituzionale, il “Consiglio Metropolitano”, sia di una più equa ripartizione di servizi e funzioni, che consentiva loro di fungere da contrappeso al comune capoluogo e quindi, di mantenere un equilibrato sistema di rapporti funzionali ed istituzionali all’interno della stessa Area Metropolitana.

Invece, con il modello di area metropolitana previsto dal Testo Unico del 2000, anziché andare in direzione del riconoscimento del policentrismo urbano e funzionale e verso la realizzazione ed il miglioramento dei processi di governance, si risponde assai più esplicitamente in favore di quell’accentramento di servizi e funzioni amministrative nella città di Bari.

E sulla scia dell’Area metropolitana, anche la realizzazione dell’Area Vasta barese non è sfuggita a queste logiche accentratrici di potere. Si può dire, infatti, che la realizzazione dell’Area Vasta ha trovato proprio in questa logica il suo principale fattore di realizzazione, agevolata in ciò dalla mancanza di regolamentazione e dalla mancanza di meccanismi giuridici sanzionatori che si sarebbero dovuti attivare in caso di non conforme attuazione.

Quindi, per la realizzazione di quest’Area Vasta è stato sufficiente non considerare neanche i due principi metodologici della pianificazione strategica, come la “partecipazione” e “l’approccio strategico” appunto, ed è diventato tutto fin troppo facile.

In riferimento poi alla partecipazione, si deve rilevare che essa è stata quasi del tutto assente. Anzi, sarebbe più esatto dire che nella realizzazione dell’Area Vasta barese la partecipazione è stata strumentalmente nascosta e confusa con un’intensa attività di comunicazione esterna; conseguentemente, è facile immaginare che, anche in questo caso, l’esito finale di questo processo non sarà la costruzione condivisa della visione sul futuro dello sviluppo di quest’area, ma bensì l’aumento del peso politico-amministrativo della Città di Bari e l’ampliamento di squilibri territoriali anche a livello regionale.

Per quanto riguarda l’altra questione comune, ovvero la mancanza di un quadro culturale generale di riferimento, si può dire che le aree metropolitane, le aree vaste e la pianificazione strategica, non sono ancora entrate in pieno nella nostra cultura. In Italia, infatti, è stato quasi del tutto ignorato quell’ampio dibattito che, negli altri paesi europei, ha investito l’adozione di questi strumenti, permettendo un ampissimo confronto tra due concezioni: quella “strutturalista”, basata sull’idea di un dimensionamento territoriale e demografico quantitativamente adeguato a giustificare i costi e la presenza di un’autentica struttura di governo del territorio, e quella “funzionalista”, basata, invece, sull’idea di un dimensionamento qualitativo di territorio e popolazione, che non prevedesse la creazione di strutture di governo, ma bensì l’avvio di processi di riorganizzazione “snelli e flessibili” di strutture, infrastrutture, funzioni, servizi e attività di un contesto territoriale, per gestirli in maniera condivisa.

Con specifico riguardo all’Area Metropolitana di Bari, occorre dire anche che tutta la produzione legislativa sulle aree metropolitane (Testo Unico del 2000 e Legge n. 142/90) non fa alcun riferimento esplicito a queste tematiche. E quando nei lavori parlamentari che diedero vita alla Legge n.142/90 si stabilì che un governo di area metropolitana avrebbe avuto ragione d’essere istituito se dimensionato su di un ambito territoriale minimo di 200 mila abitanti, tale decisione fu presa non in riferimento alla concezione “strutturalista”, (concezione, che avrebbe potuto giustificare un nuovo livello di governo intermedio del territorio), ma bensì al solo scopo di non rendere troppo esplicito il vero obiettivo dell’istituzione dell’Area Metropolitana di Bari e cioè quello di rafforzare quel potere politico-amministrativo esistente in questa città.

Al pari dell’Area Metropolitana, anche nella realizzazione dell’Area Vasta barese non si è mai operato un confronto tra una sua concezione “strutturalista” ed una sua concezione “funzionalista”. Per certi aspetti, il fatto che in Puglia l’istituzione delle aree vaste non è avvenuta soltanto intorno a tematiche amministrative (come accaduti per i comuni capoluoghi o per l’Area Metropolitana) ma anche intorno a questioni più strettamente territoriali (Area Vasta dei Monti Dauni), ambientali (Area Vasta della Città Murgiana), paesaggistiche (Area Vasta della Valle d’Itria) e produttive (Area Vasta di Casarano), porterebbe a pensare che un minimo di riferimento alla concezione “funzionalista” (la più adeguata a giustificare l’istituzione di queste entità territoriali) sia stato fatto, almeno in fase di individuazione delle Aree Vaste. In realtà, però, la scelta di istituire le aree vaste anche intorno a realtà “non amministrative” è stata presa soltanto a seguito di mediazioni tra Regione e realtà locali che rivendicavano per se stesse ruoli e funzioni territoriali di primo piano, per il fatto di essere state tagliate fuori dai più importanti interventi di politica economica nazionale e regionale, e per il fatto di essersi rese protagoniste già da tempo di autonomi processi di sviluppo locale.

Un’ulteriore dimostrazione di questo mancato riferimento alla concezione “funzionalista” sta anche nel fatto che nella prima fase di realizzazione della pianificazione strategica delle Aree Vaste sono emersi atteggiamenti anch’essi fortemente ispirati a logiche accentratrici, soprattutto da parte dei comuni capofila, che non hanno nulla a che vedere, né con la concezione “funzionalista”, né con quel quadro culturale europeo cui si è fatto cenno.

Nei fatti, quindi, le Aree Vaste non sono mai state viste come innovativi strumenti di gestione del territorio e di riorganizzazione di strutture, funzioni, servizi e attività, ma sono state considerate, più che altro, come possibili forme di governo del territorio, al pari degli altri enti amministrativo-territoriali già esistenti. Si spiegano in questo modo due fatti importanti: la messa in atto di procedimenti amministrativi invece di “processi di policy” e l’impossibilità di veder attuati quei processi di governance, cioè di quei processi basati sull’effettiva partecipazione delle comunità alla costruzione condivisa del futuro, che poi sarebbero la vera finalità per cui sono state istituite le Aree Vaste.

Chiaramente, da questo processo non è stata estranea neanche la Pianificazione Strategica dell’Area Vasta di Bari. In quest’Area Vasta, infatti, pur registrando il completamento del processo di pianificazione (ricordo, processo mancante di partecipazione) si è fatto sentire molto il primato gerarchico-territoriale della città di Bari rispetto agli altri comuni, e questo anche (e soprattutto) per effetto dell’altro concomitante processo di cui è investita questa città e cioè l’istituzione dell’Area Metropolitana e della Città Metropolitana.

In conclusione, quindi, si può dire che l’Area Metropolitana, Città Metropolitana e l’Area Vasta, hanno rappresentato per la città di Bari, per la sua Provincia e per tutta la Regione Puglia, importanti opportunità per attivare innovativi strumenti di intervento sul territorio utili per gestire in chiave moderna fenomeni, processi e dinamiche socioeconomiche sempre più complesse del nostro territorio.

Alla luce dei fatti, invece, tali strumenti sono stati utilizzati ad un solo scopo e cioè per rafforzare quel potere politico-amministrativo e quel primato gerarchico-territoriale che la città di Bari esprime da sempre nei confronti di tutto il territorio regionale.

Cosicché, Regione Puglia, Provincia e Comune di Bari, nell’evitare opportunamente di attuare con rigore sia l’Area Metropolitana, sia la Pianificazione Strategica di Area Vasta, e quindi, nel rafforzare questo loro potere politico-amministrativo, non hanno saputo cogliere in questi strumenti, né l’importanza metodologica, né l’importanza democratica, né la loro importanza per lo sviluppo socioeconomico di tutta la regione.

Questo significa che il nostro territorio non solo resterà privo di quegli strumenti che pure si erano resi indispensabili a seguito delle profonde trasformazioni avvenute per effetto delle trasformazioni urbano-paesaggistiche, per effetto del processo di globalizzazione e per effetto del processo di unificazione europea, ma che resterà altresì privo di quegli strumenti di riorganizzazione di strutture, funzioni, servizi e attività, di quei processi di integrazione socioeconomica e territoriale, e quindi anche dei processi di governance, necessari per conseguire quell’obiettivo della “coesione” verso cui sono indirizzate tutte le risorse dei Fondi Strutturali dell’Unione Europea nella nostra Regione.

Perciò, in funzione di questo quadro, sarà davvero molto difficile che in futuro si possa consentire la realizzazione di quelle riforme che porterebbero il nostro territorio nella direzione di un decentramento politico-decisionale, nella direzione di una piena attuazione del principio dell’autonomia locale e quindi nella direzione di un pieno riconoscimento del policentrismo urbano e funzionale. Al contrario, la prospettiva che più verosimilmente si profila, purtroppo, è solo quella di vedere un’ulteriore compressione degli spazi di autonomia e di democrazia delle piccole realtà locali che faticosamente tentano di emergere nel nostro territorio regionale.


Attese e fallimenti nella realizzazione dei Processi di Pianificazione Strategica in Puglia

L’avvio in Puglia dell’esperienza di Pianificazione Strategica nella realizzazione di 9 Aree Vaste ebbe il pregio di registrare all’atto della sua approvazione numerosi consensi e ciò anche sulla base degli echi che provenivano dalle positive esperienze europee di Pianificazione Strategica, già in atto, quali erano quelle delle aree metropolitane di Barcellona, Lione, Amburgo, Amsterdam, ecc…

Fu così che la Pianificazione Strategica di Area Vasta rappresentò nel panorama pugliese la possibilità concreta di dar luogo al “terzo stadio” nell’evoluzione dei rapporti tra istituzioni e società, passando cioè da una fase di rapporti di tipo top-down (fino ai primi anni ’80) e da una fase di tipo bottom-up (fine anni ’90) ad un’altra fase che era quella della coesione, in cui lo sviluppo socioeconomico diventava inclusivo, condiviso, integrato e sostenibile.

Questo tipo di evoluzione, da un punto di vista “storico-culturale”, rappresentava una importante innovazione nel modo di gestire il territorio ed, al tempo stesso, soddisfaceva diverse esigenze che si erano manifestate a seguito del processo di globalizzazione. Infatti, oltre ogni confine politico, economico e culturale, non erano più soltanto le imprese ad entrare in concorrenza tra loro, nel senso che non si poteva più ragionare solo nell’ottica di flussi di domanda e di offerta e/o di mercato di beni, servizi e fattori produttivi; ad entrare in competizione in ambito mondiale erano anche i territori con le loro comunità, con le loro forme organizzative, con le loro tipicità e peculiarità geografico-ambientali, con le loro istituzioni ed anche con le loro forme culturali. Pertanto, ci si poneva di fronte alla necessità di effettuare nuove scelte programmatiche che inderogabilmente dovevano far leva sul superamento delle pure logiche di profitto, di consumo distruttivo, di promozione di cicli di sviluppo chiusi, compartati ed autoreferenziali, e quindi si chiedeva al territorio di “fare rete” tra i suoi elementi antropologici, fisici, economici, istituzionali e culturali, di riorganizzarsi e di coordinarsi in funzione dei cambiamenti che stavano avvenendo e quindi di fare “massa critica”, in modo da riuscire a vincere la competizione o il confronto con gli altri territori non solo nell’ambito del processo di globalizzazione, ma anche nell’ambito dei processi di internazionalizzazione nell’area del Mediterraneo e nei processi di coesione e di integrazione nell’Unione Europea.

Da un punto di vista più tecnico-operativo, la realizzazione delle Aree Vaste e della Pianificazione Strategica, hanno ottenuto consensi perché la loro attivazione avrebbe significato:

- un uso più efficace ed efficiente delle risorse dei fondi strutturali europei degli ultimi due periodi di programmazione (2000-2006 e 2007-2013);

- coordinare questo sfruttamento con le altre risorse nazionali e regionali;

- coordinare in ogni Area Vasta tutti gli altri strumenti di programmazione e di pianificazione di livello regionali e provinciali (DRAG, PTCP, PIRP, PPTR, ecc…);

- rendere tecnicamente possibili processi di policy snelli, partecipati, chiari, trasparenti, informati, tanto negli obiettivi, quanto nei metodi e negli strumenti;

- rendere possibili il networking ed il partenariato istituzionale, economico e sociale, sia per le aree a maggior sviluppo socio economico, sia per le aree a più elevato grado di marginalità economico-territoriale in Puglia;

- fare sistema e fare sinergia. .

Ma i consensi più ampi per la Pianificazione Strategica e per le Aree Vaste furono quelli di tipo socio-politico. Dal momento che i sottesi processi partecipativi a cui si doveva dar vita avrebbero dato vita a nuovi spazi di democrazia, tutto ciò che era partecipazione, concertazione, cooperazione, inclusione, coesione, cittadinanza attiva, democrazia deliberativa, democrazia partecipativa, interesse pubblico, e persino democrazia diretta, divenivano quasi all’improvviso facili, fattibili, possibili ed il relativo dibattito politico si sviluppò proprio nell’ottica di un ampissimo sostegno alla realizzazione tanto delle Aree Vaste, quanto della Pianificazione strategica.

Occorreva anche darsi il compito di “seguire i processi e di partecipare alla progettazione di quel “nostro futuro”, cercando di esprimere da Sinistra le posizioni del cambiamento in atto nella nostra società, mettendo in moto tutte le risorse, con lo scopo di accompagnare questi processi con la costruzione ed il potenziamento del dialogo sociale, che partiva dall’analisi dei territori ed attraverso l’individuazione, prima, e l’intercettazione, poi, dei bisogni potesse sfociare nell’elaborazione di proposte che contengano “visioni possibili” e praticabili di futuro.

Ebbene, rispetto a queste enormi attese e malgrado i molteplici consensi ottenuti, siamo oggi purtroppo costretti a constatare il fallimento tanto dell’esperienza di Pianificazione Strategica, quanto della realizzazione delle Aree Vaste.

Il fallimento può essere valutato almeno su due piani: quello della mancanza di una cultura e di una formazione adeguata di coloro che hanno preso parte a qualsiasi titolo alla realizzazione di questi processi (consulenti, politici, tecnici, burocrati, ecc…) e quello del mancato rispetto delle “Linee Guida” elaborate dal Nucleo di Valutazione (NVVIP) della Regione Puglia.

Questa esperienza di pianificazione strategica e di realizzazione delle aree vaste si sarebbe dovuta inquadrare in quel cambiamento culturale che sta interessando da oltre un decennio i cosiddetti paesi a democrazia matura, laddove sono attualissimi “la partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche, l’uso di strumenti di democrazia deliberativa e l’uso di strumenti di democrazia diretta, ovvero, processi istituzionali nei quali i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma sono anche dei legislatori, aventi il diritto, talvolta costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la Costituzione e di esercitare forme di controllo su organi di governo, istituzioni, pubbliche amministrazioni (democrazia diretta), attraverso diversi istituti di consultazione popolare (democrazia deliberativa) e di partecipazione (democrazia partecipativa).

Sul piano del mancato riferimento a questo quadro culturale, il tentativo di realizzazione delle Aree Vaste attraverso la pianificazione strategica ha manifestato molteplici aspetti negativi:

1) PROCEDIMENTI AMMINISTRATIVI INVECE DI PROCESSI DI POLICY

Le Linee Guida della Regione Puglia sulla realizzazione delle 9 Aree Vaste prevedevano un percorso articolato che esternava più le caratteristiche di un procedimento amministrativo (iniziativa, istruttoria, decisione, integrazione) che non un vero e proprio processo di policy (partecipazione, agenda, strutturazione dei problemi, soluzioni, previsioni, adozioni, raccomandazioni, implementazioni, monitoraggio, valutazione giudizio, riadattamento, rimodulazione degli obiettivi, piano della comunicazione).

2) LA CONFUSIONE TRA OBIETTIVO, STRUMENTO, PROCESSO E METODO

Della grave lacuna culturale, il riflesso più evidente è stato il fatto che, tanto nelle Linee Guida, quanto nell’operato degli organi regionali e locali, non hanno saputo specificare i 4 elementi di questo processo, e cioè:

a) l’obiettivomigliorare la gestione e la realizzazione dei processi di governance”, come indicato nella misura 5.1 del POR Puglia 2000-2006;

b) lo strumentole 9 Aree Vaste in cui è stato suddiviso il territorio della Regione Puglia”;

c) il processo di policyl’articolazione dei due cicli di Policy Making e di Policy Analysis”;

d) il metodola pianificazione strategica”.

3) UN APPROCCIO TOP-DOWN INVECE DI UN APPROCCIO BOTTOM-UP

Nella realizzazione delle Aree Vaste, il metodo della “pianificazione strategica”, presupponeva due criteri:

1) il criterio strategico, ovvero il disegno e/o l’elaborazione di interventi in funzione degli obiettivi precedentemente individuati;

2) la partecipazione “dal basso”, “attiva”, di tipo “bottom-up”, da parte delle comunità di riferimento in tutte le fasi del processo.

Invece, nella realtà dei fatti è accaduto proprio il contrario, e cioè si è messa in atto una forma di pianificazione di tipo classico, “imposta dall’alto”, dalla Regione ai comuni e dai comuni alle comunità di riferimento, che ha relegato i cittadini a svolgere, tutt’al più, una “partecipazione passiva” e a mettere in atto un approccio allo sviluppo di tipo “top-down”, tipico delle programmazioni di tipo “centralistico” che fino agli anni ’90 partivano dal governo nazionale e si diffondevano alle regioni ed agli enti locali.

4) MANCATO CONSEGUIMENTO DEGLI OBIETTIVI DELL’UNIONE EUROPEA

Dal momento che lo scopo della realizzazione delle aree vaste col metodo della pianificazione strategica doveva essere quello di realizzare i cosiddetti “processi di governance”, (governing without government), non essendosi realizzate nei fatti le Aree Vaste, è stata gravemente pregiudicata per la programmazione dei fondi strutturali in corso (2007-2013) la possibilità di conseguire gli obiettivi della politica dell’Unione Europea (strategia di Goteborg sulla sostenibilità e la strategia di Lisbona sulla piena occupazione), ed il mancato conseguimento di questi obiettivi non consentirà, a sua volta, neanche il completamento del processo di integrazione europea e l’attuazione delle politiche di coesione economica, sociale e territoriale.

5) MINORI OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO

Ancora una volta, la rigidità, la centralità e soprattutto l’incapacità della burocrazia regionale, non ha consentito che sul territorio della nostra regione si creassero quelle premesse, quegli strumenti e quelle condizioni fondamentali per utilizzare al meglio i fondi strutturali in funzione dei bisogni e delle esigenze de territorio pugliese. In tal modo, l’utilizzo dei fondi comunitari, anche per la pianificazione strategica delle aree vaste, vedrà con ogni probabilità il ripetersi di quella tristissima storia del ritorno delle risorse comunitarie a Bruxelles.

6) DEFICIT DI DEMOCRAZIA

La pianificazione strategica “… è un metodo gestionale che serve per sviluppare tutte le attività inerenti quei processi di policy quali sono le politiche, i piani, i programmi, i progetti e qualsiasi altra forma di intervento, azione, misura, strategia, ecc…”. Perciò, sul piano operativo, la pianificazione strategica implica l’applicazione di ulteriori processi di democrazia deliberativa e di democrazia partecipativa, ovvero processi che realizzano praticamente inclusione, condivisione e coesione. Ora, mancando di fatto le aree vaste, si comprende bene che per molti anni ancora non saranno parte del nostro modo di fare sviluppo i nuovi strumenti di democrazia deliberativa e partecipativa, e quindi quel deficit di democrazia ereditato dai precedenti governi regionali di centro-destra, anziché ridursi, continuerà ad ampliarsi.

Alla mancanza di una cultura e di una formazione ad hoc, si aggiunge il fatto che le stesse Linee Guida non sono state rispettate soprattutto nei seguenti aspetti:

  1. il principio della piena coerenza programmatica tra il livello della Pianificazione Strategica ed il livello della programmazione comunitaria (strategie di Lisbona e di Goteborg), nazionale (Quadro Strategico Nazionale, Fondo Aree Sottoutilizzate e rispettivi Accordi di Programma Quadro sottoscritti con la Regione Puglia), regionale (Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, programmazione di livello settoriale e regionale) e provinciale (soprattutto con il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale);
  1. il piano ed il meccanismo di raccolta dei dati finanziari, strumento idoneo ad assicurare la disponibilità dei dati nel tempo per l’attività di monitoraggio, legata (così come riportato nelle LL.GG) all’applicazione ed al rispetto del principio di addizionalità delle risorse nazionali a quelle comunitarie;
  1. il principio dell’integrazione finanziaria, che oltre a riproporre la necessità di un sistema di monitoraggio, è fondamentale per determinare il fabbisogno finanziario dei Piani Strategici e determinarne il successivo raccordo tra risorse comunitarie e risorse nazionali;
  1. la realizzazione di quella massima forma possibile di sistema e di sinergia con le politiche di sviluppo locali, regionali, nazionali e comunitarie;
  1. la “territorializzazione” delle prospettive di sviluppo economico e sociale per proiettarle verso le dimensioni economico-territoriali regionali e sovraregionali;
  1. l’allineamento delle proposte progettuali del Piano Strategico con i documenti di programmazione regionali, ovvero con il Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, nonché con tutti gli altri strumenti di pianificazione;
  1. il ruolo della cooperazione interistituzionale e del partenariato economico e sociale, che dovevano essere strumenti operativi fondamentali da implementare anche nelle fasi successive alla pianificazione, ovvero nella traduzione in obiettivi e strumenti dell’attività di programmazione, attuazione, sorveglianza e valutazione, per poter contribuire alla cosiddetta “visione condivisa”;
  1. il metodo del tavolo di concertazione”, quale metodo di coinvolgimento del partenariato economico e sociale, che doveva essere “istituzionalizzato”;
  1. la partecipazione, (partnership pubblico private, attività di animazione, indagini sociali, manifestazioni di interesse, ecc…),
  1. il canale di e-democracy, strumento informatico innovativo attraverso cui attuare espressamente la partecipazione, la progettazione, la costruzione della visione comune e condivisa, l’emersione e la definizione dei problemi d’area da parte degli attori, l’individuazione delle soluzioni alternative, la definizione delle soluzioni praticabili ed infine, l’attuazione, l’implementazione, la gestione e il monitoraggio, delle valutazioni strategiche.

GLOSSARIO PER LA PIANIFICAZIONE STRATEGICA

Area Vasta

Il D.Lgs n. 267/2000 (T.U. sugli Enti Locali) non prevede nel nostro ordinamento le Aree Vaste; prevede, invece, le Unioni di Comuni, la cui disciplina (artt. 32 e 33) si può applicare per analogia anche all’Area Vasta. È possibile, quindi, definire un’area vasta al pari di una unione di comuni e quindi come “una entità territoriale a dimensionamento intermedio tra quello comunale e quello provinciale, generata dall’aggregazione di comuni che, per ragioni geomorfologiche, di contiguità territoriale, di integrazione socioeconomica, di comunanza di interessi ed obiettivi, ecc…, decidono di mettersi insieme per produrre e gestire in maniera associata, conveniente e funzionale, servizi, strutture e risorse, che altrimenti sarebbe impossibile o troppo sconveniente produrre o gestire da soli”. Nell’ambito della pianificazione strategica, invece, il concetto di area vasta doveva andare ben oltre questa definizione: infatti, attraverso il superamento della logica o della visione prettamente “localistico-comunale”, l’area vasta doveva essere una premessa, una condizione, uno strumento innovativo di reale intervento nel territorio, per riorganizzare strutture funzioni ed infrastrutture attraverso i “processi di governance”, e permettere ai comuni ed ai territori delle 9 aree vaste pugliesi di fare sistema e di sviluppare sinergie, soprattutto nell’uso delle risorse dei fondi strutturali e degli altri fondi europei, per il periodo di programmazione UE 2007-2013.

Coerenza Programmatica

Adeguare il livello della Pianificazione Strategica al livello della programmazione comunitaria (strategie di Lisbona e di Goteborg), nazionale (Quadro Strategico Nazionale, Fondo Aree Sottoutilizzate e rispettivi Accordi di Programma Quadro sottoscritti con la Regione Puglia), regionale (Documento Strategico Regionale, Programmi Operativi della programmazione 2007-2013, programmazione di livello settoriale e regionale) e provinciale (soprattutto con il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale);

Democrazia Deliberativa

Sistema socio-politico che si basa sulla legittimazione della capacità dei cittadini di discutere, di scegliere e quindi di “deliberare” sulle politiche pubbliche, sulle scelte e sulla visione generale della società, ritenendo perciò irrinunciabile per il sistema stesso un elevato tasso di partecipazione alla vita politica e l’autonomia morale dei cittadini medesimi. Nell’ambito della pianificazione strategica, i processi di democrazia deliberativa dovevano essere rappresentati da tutte quelle modalità che avrebbero permesso ai cittadini di raggiungere decisioni con strumenti quali town meeting, deliberation days, le arene deliberative, info days, forum, sondaggi deliberativi, l’uso di strumenti informatici di e-democracy, gli incontri di quartiere e le passeggiate di quartiere.

Democrazia Diretta

Sistema giuridico-istituzionale nel quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto degli elettori che delegano il proprio potere politico ai loro rappresentanti (democrazia rappresentativa), ma sono anche dei legislatori, aventi il diritto, talvolta costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la Costituzione e di esercitare forme di controllo su organi di governo, istituzioni, pubbliche amministrazioni (democrazia diretta), attraverso diversi istituti di consultazione popolare e di partecipazione (democrazia deliberativa).

Democrazia Partecipativa (o Partecipata)

L’uso di strumenti di democrazia deliberativa che permettono ad un qualsiasi sistema politico-sociale un livello di più alta intensità democratica, detto per l’appunto “sistema a democrazia partecipativa o partecipata”.

E-democracy

Sviluppo delle forme di partecipazione attraverso strumenti informatici quali Web e ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), finalizzandole allo sviluppo della progettazione, della costruzione della visione comune e condivisa, dell’emersione, della definizione dei problemi, dell’individuazione delle soluzioni alternative, della definizione delle soluzioni praticabili e dell’attuazione, dell’implementazione e della gestione, del monitoraggio e delle valutazioni strategiche.

Elementi della realizzazione delle Aree Vaste in Puglia

a) l’obiettivo

Migliorare la gestione e la realizzazione dei processi di governance, come indicato nella misura 5.1 del POR Puglia 2000-2006

b) lo strumento

Le 9 Aree Vaste in cui è stato suddiviso il territorio della Regione Puglia

c) il processo di policy

La partecipazione, l’articolazione dei due cicli di Policy Making e di Policy Analysis, e lo sviluppo dei due piani di comunicazione interna ed esterna

d) il metodo

La pianificazione strategica.

Governance

Si intende un approccio nella formulazione di piani, politiche, programmi e progetti, basato sulla costruzione del consenso e sulla partecipazione di tutti gli attori (istituzionali e non istituzionali) per arrivare a definire una strategia condivisa di sviluppo socioeconomico, soprattutto a livello locale. Quindi, per governance potremmo anche intendere un “nuovo stile di governo”, caratterizzato dal più alto livello di cooperazione e di integrazione tra attori pubblici e privati all’interno di reti decisionali e delle loro interazioni, che danno sì luogo a scelte di governo, ma che si differenzia dal termine “government” che indica il governo o le scelte che promanano direttamente dal potere delle istituzioni o dei vari enti locali. Da qui, la definizione di governance come “governing without government”.

Istituzionalizzazione del tavolo di concertazione

Oltre al coinvolgimento di attori, portatori di interessi, cittadini, organizzazioni e associazioni di categoria, intorno ad un tavolo di concertazione si sarebbe dovuto conferire valore ed efficacia giuridica alle scelte di questi, facendo in modo che le decisioni intraprese al tavolo di concertazione guidassero la pianificazione strategica.

Networking

La rete dei rapporti e delle relazioni che si sviluppano in un territorio, o tra gli elementi di un territorio, per fare sistema e per fare sinergia. Il networking si presenta, al tempo stesso, come una modalità metodologica, una modalità descrittiva ed una modalità operativa, e il suo utilizzo consente di superare quella contrapposizione tra un centro ed una periferia, tra un elemento direzionale ed uno esecutivo, tra un soggetto attivo ed un soggetto passivo. Quindi, attraverso la rete (il networking, appunto), il contesto territoriale di riferimento si presenta come un unico sistema, con una sua organicità, dove un elemento è considerato centrale al pari agli altri elementi, a prescindere dalla sua collocazione fisica, dal suo livello di potere e dal ruolo svolto.

Partecipazione

La partecipazione fattiva, concreta ed operativa, è uno dei due elementi chiave della pianificazione strategica ed è molto importante perché costituisce l’unico modo per realizzare concretamente quell’idea di “interesse pubblico”, che altrimenti resterebbe troppo vaga. I partecipanti possono essere rappresentanti istituzionali, burocrati, tecnici, consulenti, portatori di interessi (stakeholder), attori, animatori, ma debbono essere soprattutto cittadini, singoli o associati, che in quanto portatori di bisogni, problemi e questioni, debbono essere messi nella condizione di cooperare efficacemente alla realizzazione del piano strategico, e cioè devono poter dibattere le questioni, devono poter esternare i propri bisogni, devono poter contribuire a risolvere i problemi che loro stessi pongono, divenendone così parte integrante dello stesso processo di pianificazione.

Partecipazione “attiva”,

La partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche pubbliche. Assieme alla “democrazia diretta”, concorre a costruire il vero significato di “cittadinanza attiva”.

Partecipazione “dal basso

Sinonimo di partecipazione attiva, indica più precisamente la partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di cittadini alla definizione delle politiche di sviluppo socioeconomico, secondo un approccio di tipo “bottom-up”, che significa appunto “dal basso”. Questo approccio si contrappone all’approccio “top-down che sta appunto ad indicare un approccio allo sviluppo “imposto dall’alto”, cioè da un organo di governo, da un organo della Pubblica Amministrazione o da una qualsiasi altro organo istituzionale.

Partenariato economico e sociale

La partecipazione di attori, portatori di interessi, cittadini, organizzazioni e associazioni di categoria intorno ad un tavolo (tavolo di concertazione) per esternare bisogni problemi e questioni, tradurli in obiettivi e trovare gli strumenti, le risorse e i metodi più adeguati per realizzarli. Invece, secondo le Linee Guida, per partenariato si indicava soltanto la partecipazione degli operatori della sfera economica e sociale delle aree vaste ai processi di pianificazione strategica, e non anche il fatto che dovevano costituire la partnership del processo di pianificazione strategica, al pari degli attori istituzionali per i quali si è sentito spesso parlare di Partenariato Istituzionale, cioè l’insieme degli enti di un’area vasta incaricati di far parte della cabina di regia e quindi di sviluppare la pianificazione strategica.

Partnenariato

Equivalente del termine anglosassone partnership, che indica l’insieme di soggetti, di soci, la compagine, il gruppo di attori istituzionali o privati, che è direttamente interessata, coinvolta, alla promozione gestione e realizzazione di un progetto, di un piano, di un programma, di una politica, e di cui ne costituisce l’organo decisionale. In genere, della partnership non fanno parte gli stakeholder (i portatori di interessi) che sono più configurabili con i beneficiari e meno con chi realizza un intervento pubblico.

Pianificazione Strategica

Metodo gestionale che serve per sviluppare tutte le attività inerenti le politiche, i piani, i programmi, i progetti e qualsiasi altra forma di intervento pubblico”, implicante sul piano operativo lo sviluppo di processi di policy, di democrazia deliberativa e di democrazia partecipativa. In Puglia, la pianificazione strategica è stata considerata al pari di una pianificazione di tipo urbanistico-territoriale e quindi nessuna importanza è stata data al processo di policy su cui essa si basa.

Piano e meccanismo di raccolta dei dati finanziari

Si vuole intendere uno strumento di monitoraggio idoneo ad assicurare la disponibilità dei dati nel tempo e verificare l’applicazione ed il rispetto del principio di “addizionalità” e del principio di “integrazione finanziaria”.

Policy

Intervento pubblico, o attività istituzionale, “pragmaticamente” rivolta al conseguimento di un obiettivo, sia esso sociale o economico, pubblico o privato, e si distingue dal termine politica – o dal suo equivalente anglosassone politics – in quanto quest’ultima è un’attività con maggiore componente ideologica e che sottintende l’espressione di un potere da parte di un organo istituzionale, di un organo di governo o di un organo della Pubblica Amministrazione.

Policy Analysis

Ciclo di attività del policy maker, parallelo a quello di policy making, e così strutturato: 1) Strutturazione dei problemi; 2) Previsioni sui problemi strutturati; 3) Raccomandazione; 4) Monitoraggio; 5) Giudizio; 6) Rimodulazione degli obiettivi.

Policy Maker

Consulente, esperto e tecnico indipendente, dotato di numerose competenze, per essere a supporto della Pubblica Amministrazione e dei cittadini, nello sviluppo delle attività di policy making e di policy analysis. Nell’ambito della pianificazione strategica, il policy maker, oltre a sviluppare le attività di policy making e di policy analysis, provvede altresì a sviluppare la partecipazione e i piani della comunicazione.

Policy Making

Ciclo di attività del policy maker così strutturato:

1) Agenda; 2) Soluzione; 3) Adozione; 4) Implementazione; 5) Valutazione; 6) Adattamento.

Principio di Addizionalità

Aggiunta di risorse nazionali a quelle comunitarie.

Principio di Integrazione finanziaria

Aggiunta di risorse private a quelle comunitarie, nazionali e regionali.

Procedimento Amministrativo

Iter burocratico-amministrativo eseguito da un organo di P.A. che prevede diverse fasi (iniziativa, istruttoria, decisione, integrazione). Esso è in contrapposizione al processo di policy insito nella pianificazione strategica, perché non si basa su regole giuridico-amministrative, ma si basa su regole ed indicazioni metodologiche suggerite dal policy maker. Il processo di policy della pianificazione strategica è ancor più in antitesi con il procedimento amministrativo per via la partecipazione e quindi per il fatto che le scelte sono ancor meno espressione di un potere, di una autorità, di una supremazia, ma vengono definite dai cittadini, dagli attori, dai portatori di interessi, ecc…

Processo di Governance

Un processo di policy nella formulazione di piani, politiche, programmi e progetti, più ampiamente basato sulla “automatica e più vasta partecipazione” dei soggetti verso cui ci si rivolge (inclusione), sulla “costruzione del consenso” (visione condivisa o condivisione) e sulla “integrazione” di ambiti e finalità economiche, sociali, territoriali ed ambientali (coesione). È altresì parte del processo di governance la sostenibilità, intesa come la possibilità che da un processo di policy possano derivare sul sistema socio-politico effetti positivi duraturi nel tempo.

Processo di Policy

Processo di tipo sociologico, suddiviso in fasi, con cui si fondono e si contestualizzano le attività di policy making (agenda, soluzione; adozione; implementazione; valutazione; adattamento) e di policy analisys (strutturazione dei problemi; previsioni sui problemi strutturati; raccomandazioni; monitoraggio; giudizio; rimodulazione degli obiettivi). Nel caso della pianificazione strategica, il processo di policy avrebbe dovuto prevedere, prima di tutto l’organizzazione dei metodi e delle forme della “partecipazione”, poi lo sviluppo delle attività di policy making e di policy analysis (orinandole in modo da dare una linearità al processo: agenda, strutturazione dei problemi, soluzioni, previsioni, adozioni, raccomandazioni, implementazioni, monitoraggio, valutazione giudizio, riadattamento, rimodulazione degli obiettivi) ed infine, l’elaborazione del piano della comunicazione interna (regole di organizzazione e di funzionamento del processo) e del piano della comunicazione esterna (sistema per far circolare le informazioni e rendere possibile la partecipazione). Nel caso della pianificazione strategica in Puglia, essendo questa finalizzato alla realizzazione dei processi di governance, il processo di policy avrebbe dovuto tradurre in termini operativi quei valori di riferimento quali sono, l’inclusione, la visione condivisa, la sostenibilità e la coesione.

Sinergia

L’agire coordinato di due o più soggetti, finalizzato al conseguimento di obiettivi comuni, come nel caso della cooperazione interistituzionale e delle partnership pubblico-private.

Tavolo di Concertazione

Strumento attraverso il quale si doveva arrivare a prendere le decisioni e quindi a costruire la vision e della mission di ognuna delle 9 Aree Vaste e delle relative pianificazioni strategiche in Puglia.

Territorializzazione delle prospettive di sviluppo economico e sociale

Proiettare verso le dimensioni economico-territoriali locali, regionali e sovraregionali le opportunità derivanti dalle attività di pianificazione e di programmazione nella realizzazione delle Aree Vaste e della Pianificazione Strategica.

Valutazione

Attività volta alla quantificazione del grado di attinenza, di efficienza, di efficacia, di sostenibilità, di equità, di coerenza interna ed esterna e di utilità, di un qualsiasi intervento pubblico, al fine di ricavarne un giudizio che può servire per qualificare lo stesso l’intervento pubblico, migliorarlo e persino esportarlo in altri contesti come “buona pratica o esperienza” (best practice) o addirittura come “la migliore delle buone pratiche o esperienze” (benchmarking). Si effettua con appropriati strumenti e metodi e sulla base di informazioni ricavabili da una precedente attività di monitoraggio – anch’essa predisposta con appositi metodi e strumenti – eseguita sul medesimo intervento pubblico.

Valutazione Ambientale Strategica

Attività di valutazione in ambito ambientale che da un punto di vista temporale segue la Valutazione Costi-Benefici e la Valutazione di Impatto Ambientale. Essa prevede l’espressione di un giudizio e quindi la realizzazione di una la valutazione da parte dei cittadini e delle comunità di riferimento, laddove politiche, piani, programmi e progetti, prevedano interventi o ricadute in ambito territoriale o ambientale.

arch. Michelangelo Dragone

dott. Pietro Perrucci


conservare e valorizzare il patrimonio culturale…

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intervista tratta dal mensile “Il Territorio” num 0 – gennaio 2010

di Valentino Sgaramella

Abbiamo ascoltato il parere di Michelangelo Dragone, architetto, portavoce di Rifondazione Comunista per la provincia di Bari e componente di ICOMOS (International Council for Monuments and Sites), sulla tutela di quel patrimonio mondiale che sono i trulli, come sancito dall’Unesco.

Lei ritiene che i trulli, divenuti
patrimonio dell’umanità in sede Unesco, siano sufficientemente
tutelati?

La tutela di un bene si attua innanzitutto attraverso la sua “conservazione”. Occorre “mantenere quel bene nello stato per cui viene riconosciuto essere tale”. Questo atto di conservazione viene effettuato contro l’azione del “tempo” inteso come azione estranea alla volontà dell’uomo ed azioni che, invece, dipendono proprio dall’uomo (inquinamento, distruzione o logorazione procurata, pressione antropica, ecc.). L’atto della conservazione, inoltre, può essere effettuato sull’entità medesima del bene, sulla sua pura fisicità od anche sul suo intorno, sugli spazi fisici e culturali di cui esso è protagonista.

Non pensa che grazie a connivenze
e convenienze, ai trulli siano stati inferti colpi in passato?

La tutela fisica ed individuale dei trulli di Alberobello negli ultimi 20 anni ha fatto grandi passi. Sono ormai un ricordo i vecchi governi della città che chiudevano facilmente gli occhi davanti alla distruzione. Non siamo quasi più, fortunatamente, in presenza di casi in cui un trullo che esisteva la sera prima non vedeva l’alba del giorno dopo. Tempi in cui grasse classi politiche locali hanno costruito proprio su queste distruzioni il proprio potere elettorale.

Come vede la tutela del futuro?

Occorre andare oltre il concetto della conservazione del bene nella sua pura fisicità, del bene come “oggetto” avulso dalla realtà in cui esso si trova. Spesso si fa l’errore di pensare che basta mantenere in vita l’oggetto per restituirne il proprio valore. Lo pensano gli speculatori che trovano terreno fertile.

Come si manifesta la speculazione?

Restaurare il bene per se stesso e organizzarne la valorizzazione in termini turistici provoca aumento di afflusso e circolazione di capitali, scatenando in primis gli speculatori immobiliari che, evidentemente hanno tutto l’interesse di aggiudicarsi le aree immediatamente contigue al bene, aree che automaticamente vedono un’impennata del valore fondiario sia esso in funzione abitativa che produttiva o turistica.

Lei ha una proposta?

Occorre mettere mano ad un disegno di pianificazione e di programmazione che parta proprio da una discussione seria e collettiva sul futuro del bene e, al contempo, del luogo stesso su cui il bene sussiste, perché da essi, attraverso una riflessione su “cosa si vuole che esso diventi”, si tragga un disegno complessivo di ciò che vogliamo farlo diventare. Non soltanto in quanto “mucca da mungere” ma soprattutto in quanto luogo coerente, che esprima“cultura”: un luogo in cui valga la pena di vivere.

Oggi, i trulli sono patrimonio mondiale.

Ritengo che Alberobello sia ad un bivio. Il riconoscimento come Patrimonio Mondiale comincia a dare i suoi effetti tangibili in termini di turismo, mentre gli strumenti di pianificazione urbana della città sono scaduti. Occorre andare oltre la certezza della conservazione materiale del bene e porre come questione principale quella dell’uso dello stesso e del futuro della città e della sua popolazione nella sua interezza.

Il Piano di gestione può essere un valido strumento?

Il Piano di Gestione è un’ottima occasione, uno strumento la cui adozione l’Unesco impone ai siti del patrimonio mondiale. E’ un dispositivo la cui natura è ancora molto imprecisa: non si sa bene se sia qualcosa che si pone nel campo della strumentazione urbanisticaod in quella della programmazione socio-economica, oppure in entrambe. Quello che è chiaro è l’obiettivo che si vuole dare con esso: obbligare i responsabilidei siti a pronunciarsi chiaramente sulle garanzie della conservazione e sulla giusta ed equilibrata programmazione.

A quando l’esecutività del Piano di gestione?

Ad Alberobello la bozza di piano di gestione è stata già presentata ed in questi giorni si vanno avviando una serie di riflessioni che spero numerose, approfondite nel merito. E’ molto importante anche il metodo con cui si opera. Sebbene sia lodevole il fatto che la bozza, come deve essere, sia sottoposta al pubblico dibattito ed alle osservazioni dei cittadini, sarebbe stato più opportuno che questo processo fosse iniziato precedentemente alla redazione della stessa e che essa avesse goduto maggiormente di una serie di riflessioni “a priori” della sua redazione; sopratutto in relazione al fatto che i progettisti sono estranei alla realtà locale, sia essa urbanistica che sociale. Ma tant’è. Si tratta ora di aprire un serio confronto tra tutti sul Piano e su ciò che questi trulli e questa città dovranno diventare. Occorrerà tenere presente che tutti gli alberobellesi sono chiamati così a contribuire ad elaborare l’idea di “città che verrà” e che nessuno dovrà sentirsi escluso ad eccezione, spero, degli speculatori e di chi potrebbe voler confondere il bene pubblico col proprio, semmai ce ne siano.

Come far nascere questa idea di città?

Oltre che in presenza dell’adozione del piano di gestione, la città di Alberobello si trova all’incrocio di cui parlavo innanzi anche in rapporto al nuovo Piano Urbanistico Generale. Lo strumento di programmazione urbanistica è scaduto ormai da tempo ed è ora che anche in questo campo si affronti il tema. Piano di Gestione e il Piano Urbanistico Generale sono due strumenti separati ma in connessione. Tale connessione impone che le riflessioni sui due piani siano simbiotiche e che esprimano un’idea di città coerente.


siate maledetti….

messina_2_adn--400x300Crolla l’Italia. crollano i paesaggi, le case, le strade, e con loro  crollano i sistemi culturali, crollano le morali, crolla il senso della comunità, crollano le vite. Ringraziamo gli stuoli di amministratori  inetti, di funzionari corrotti, di politici ignoranti, immorali e assassini. Ringraziamo noi stessi che li abbiamo eletti, noi che non abbiamo saputo vedere al di la dei nostri piccoli interessi, paghi del do ut des tra voto e favore. Non pagherà nessuno… nè il funzionario dell’ufficio tecnico, nè il progettista, nè l’impresa,nè il Sindaco, nè il funzionario regionale preposto al controllo e nemmeno noi che quelle scelte, quelle opere, quei progetti abbiamo comandato, voluto, finanziato, realizzato. Noi tutti, cittadini di questo Paese, siamo responsabili di questo disastro, perchè non si può dire alla pioggia di non cadere o alla terra di non tremare,  non si può pensare, fidando in una pura matematica ciclicità dei fenomeni, che il rischio è relativo, che qui o li non accadrà mai, che qui stiamo messi un pò meglio che altrove e altrove un po meglio di un altro altrove ancora. Continuiamo a regimentare e rimaneggiare  in capienza e sopportazione i flussi della natura che siamo andati a manomettere, senza pensare ad alternative di scelta  perchè le logiche di capitale, di speculazione fondiaria, di investimento economico non conoscono il linguaggio della qualità della vita, del relazionale, non transitano nella vista, nell’olfatto, nell’udito, nel tatto, nel cervello, nei sentimenti…. sprecheremo messe di requiem, giustificazionismo fatalista, assegneremo a Dio, comodamente, tutte le colpe lavandoci ipocritamente le mani. Passeranno i morti e resteranno le retoriche, seppelliremo le verità e rimarrano le sempre più grandi opere che celebreranno il genio dell’uomo faber, l’audacia della conquista e del domino sulla natura a nascondere la sola grande verità: che a qualcuno  non importa nulla dei morti, che “l’argent fait la guerre” e che l’argent (e la guerre) fait ma richesse.

Michelangelo Dragone architetto


l’europa per la pietra a secco

c’è tutta l’Europa.

Tanti specialisti dell’Architettura in pietra a secco.

Due giorni di studio, scambi, esperienze. Tanti italiani, ma anche spagnoli, francesi, inglesi, svizzeri, sloveni, greci, ciprioti.


XI° Convegno internazionale sulla pietra a secco

Si terrà a locorotondo, presso l’auditorium del Centro Ricerche “Basile Caramia” in via Cisternino il 7 ed 8 novembre prossimi l’undicesimo convegno internazionale sulla pietra a secco. L’evento è organizzato dalla SPS (Società internazionale per lo studio multidisciplinare dell’architettura in pietra a secco), l’associazione “Lapis” di Alberobello, l’associazione “Il trerruote ebbro” di Locorotondo, il Comune di Locorotondo e sotto il patrocinio della Regione Puglia e della Provincia di Bari.

Saranno due giorni intensi di lavori sul tema delle costruzioni in pietra a secco in cui interverranno esperti da tutta Europa (Spagna, Francia, Svizzera, ex-jugoslavia, Grecia, e, naturalmente, Italia) sui temi:

-forme, tipi, modelli e tecniche della pietra a secco

- tecniche in pietra a secco ed ambiente:ecosostenibilità tra passato e futuro

Si potranno visitare, inoltre, diverse esposizioni organizzate dagli intervenenti, esposizioni che illustreranno i lavori effettuati e l’attività delle diverse associazioni nel mondo.

L’aspetto interessante del convegno è dato dal fatto che i relatori hanno provenienze professionali diverse:dai docenti universitari agli artigiani costruttori, fino ai semplici ricercatori appassionati sul tema e sulle pratiche costruttive.

Tutti sono invitati.


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