IL LAVORO LIBERATO MIGRANTI E RAPPRESENTANZA POLITICA – di Gianluca Nigro
In vista del seminario della R@P (Rete di Autorganizzazione Popolare) del 15 gennaio, che si terrà a Roma in Via Bordoni nella Casa del Popolo di Torpignattara, pubblichiamo uno scritto di Ginaluca Nigro che curerà il seminario sull’immigrazione e sarà utilizzato come traccia introduttiva. Buona lettura.
Il fattore migrante è oggi assolutamente misconosciuto e, a tratti, ridicolizzato. Igiaba Scego, dalle pagine di “Liberazione” ci invita a modificare il nostro immaginario in riferimento ai migranti. Ci chiede, giustamente, di superare la dicotomia criminale-vittima. Sappiamo bene che l’inferiorizzazione del migrante passa attraverso un suo mancato riconoscimento sul piano della cittadinanza.
Qui vorrei ri-proporre una chiave di lettura non certo nuova, la cui negazione, però, rappresenta meglio di qualunque altra lo stato delle cose: quella del migrante lavoratore.
Da anni ci diciamo che quelle sull’immigrazione sono, prima e più di altre, leggi sul mercato del lavoro e che le (pochissime) differenze che si sono prodotte nei diversi approcci fra centrodestra e centrosinistra sono la rappresentazione plastica delle differenze fra le diverse culture del lavoro; e di conseguenza dei diversi modi di intendere la relazione con l’altro e , spostato su un piano differente, anche sul concetto di eguaglianza.
Nel ragionamento diffuso sulla categoria di “migrante” si sono costruite negli ultimi venti anni molto sotto-categorie, le quali, nonostante tutto, non determinano una riduzione di complessità o la definizione di una maggiore conoscenza, ma restituiscono un quadro complessivo poco veritiero sulle condizioni materiali delle persone. Questo perché nelle nostre pratiche politiche quotidiane e nelle nostre categorie non siamo riusciti a tener lontani luoghi comuni e paternalismo culturale, segno del nostro etnocentrismo più bieco. Il frutto avvelenato di questo tipo di lettura sta nel fatto che non si scorge nei lavoratori migranti anche la loro potenziale collocazione di classe e non si lavora affinché essa possa essere fatta emergere e valorizzata. I 500mila lavoratori stranieri iscritti alla CGIL rappresentano simultaneamente la dinamicità e la staticità di una situazione articolata rispetto alla quale nessuno vuole intervenire. Tali soggetti segnano, da un lato, la presenza reale di forza lavoro straniera in un organizzazione che difende i diritti tout court, dall’altro mostrano come la loro specificità non sia adeguatamente rappresentata.
Come sosteneva Sayad il fenomeno migratorio porta con se delle trasformazioni sia nelle società di partenza sia in quelle di arrivo, determinando delle novità che verificano, hic et nunc, la solidità delle istituzioni democratiche e la loro effettiva rispondenza ai valori universali. Forzando la mano si può dire che questo fenomeno è potenzialmente rivoluzionario.
Se ribaltiamo questo approccio sulle categorie proprie della sinistra potremmo sostenere che l’etnocentrismo prodotto dallo svuotamento di una lettura di classe, anche del fenomeno migratorio, determina una sostanziale incapacità di leggere lo sviluppo di queste dinamiche e provoca una sconfitta rispetto al tentativo di una ricomposizione del mondo del lavoro. Oggi una fetta importante del lavoro vivo prodotto in occidente è svolto dai migranti. Se immaginiamo che esso è collocato fuori dal lavoro riconosciuto, ne consegue un ritorno a situazioni ottocentesche. E’ del tutto evidente, quindi, che un mancato riconoscimento del ruolo produttivo dei migranti, anche a sinistra non può che produrre una sconfitta nel conflitto fra capitale e lavoro. Da più parti si tende a ridurre ai minimi termini questo conflitto e si cerca di spostare l’asse del ragionamento sui diritti umani e sulla loro applicazione. Non si può oggi prescindere dall’incidenza che la cultura dei diritti umani ha prodotto nella seconda metà del novecento, ma senza una adeguata cultura della trasformazione i suddetti diritti non sono nemmeno esigibili ed applicabili. Di fatto (e la crisi in corso lo dimostra ampiamente), lo schema sviluppo capitalistico- democrazia liberale- diritti non regge più, nonostante l’ideologia dominante tenti di convincerci del contrario. La Cina, ad esempio, oltre ad essere il maggior competitor mondiale dell’occidente, rappresenta bene la rottura di questo schema: ha un forte sviluppo capitalistico, non ha una democrazia liberale ed ha una pessima cultura dei diritti (compresi quelli del lavoro).
Se è vero che le migrazioni sono sempre e innanzitutto spostamento di forza lavoro, non credo si possa prescindere dal rivedere a sinistra l’approccio col fenomeno migratorio. Approcci blandi rispetto a questo sposterebbero la sinistra dentro un minoritarismo perenne. L’utilizzo della categoria del “migrante” quale figura astorica da associare sostanzialmente ad un discorso incentrato sui diritti umani condanna infatti alla paralisi politica, nella misura in cui non cala il ragionamento nella materialità delle relazioni sociali e, soprattutto, dell’organizzazione sociale del lavoro. Ciò di cui si avverte la necessità è al contrario la produzione di analisi e di pratiche attente al ruolo dei migranti nell’ambito della sfera produttiva, di come esso si intreccia con i differenti contesti di partenza ed i diversi progetti migratori, e della definizione della situazione che scaturisce da questo insieme di variabili. Non si sottolinea ciò per un mero esercizio di stile, ma per evidenziare come soltanto attraverso una prospettiva di questo tipo è possibile attivare discorsi e interventi capaci di combattere efficacemente le semantiche oggi dominanti ed all’ordine sociale che esse nascondono e giustificano.
Dell’ inferiorizzazione cui si faceva cenno fa parte tutto l’armamentario ideologico della xenofobia e del razzismo che, oggi come ieri, è sempre più funzionale al mantenimento dello status quo nei rapporti di forza fra le classi sociali. I processi di sostituzione della manodopera, da italiana a migrante, in alcuni settori (agricoltura ed edilizia) sono figli di dinamiche complesse che traggono le loro origini dall’intreccio fra “post-modernità” neoliberista e ritorno alla protomodernità ottocentesca. Lo stesso abbandono di settori produttivi decisivi da parte dei lavoratori occidentali è il risultato anch’esso dell’intreccio fra gli immaginari e i significati sociali (prodotti anche dallo sviluppo dei media) dentro un ordine discorsivo che ha espulso dal proprio retroterra la cultura del lavoro e delle sue conquiste.
Non si vuole qui riaccendere una vecchia discussione sulla centralità del lavoro, ma appare assolutamente incredibile che venti anni di forte presenza straniera in Italia non abbiano prodotto riflessioni e, soprattutto, pratiche politiche rivolte all’inclusione dei migranti e alla contaminazione politica con essi. L’analisi è rimasta confinata negli angusti limiti di un pensiero debole che rifletteva solo sull’epifenomeno e non sull’essenza delle migrazioni. L’unica battaglia da sinistra è stata quella, giustissima, sui C.P.T. Troppo poco.
Si potrebbe dire che i migranti rappresentano la classe in sé e non ancora la classe per sé. Essi, infatti, incarnano un processo, quello migratorio, che in quanto tale ridefinisce il ruolo dello stato per un effetto indotto dalla semplice presenza sul territorio. Essi sono presenti dove non ci sono, il loro paese d’origine, e assenti lì dove realmente sono, cioè il luogo d’immigrazione. Questa condizione di sospensione contraddittoria, se non viene affrontata sul piano politico determina un assoggettamento culturale e sociale che costituisce la spina nel fianco di ogni processo di conquista di diritti e di ogni rottura di sistema.
Ogni progetto di trasformazione sociale non può, oggi, annullare il carico oggettivo oltre che simbolico posto dalle migrazioni e dai migranti in carne e ossa. Se non vogliamo produrre retoriche prive di contenuto dobbiamo realmente mettere in agenda questo punto.
dint’a butteglia…
Dint’ a butteglia
n’atu rito ‘e vino
è rimasto…
Embe’
che fa
m’ ‘o guardo?
M’ ‘o tengo mente
e dico:
“Me l’astipo”
e dimane m’ ‘o bevo?”
Dimane nun esiste.
E ‘o juorno primma,
siccome se n’è gghiuto,
manco esiste.
Esiste sulamente
stu mumento
‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.
E che ffaccio,
m’ ‘o perdo?
Che ne parlammo a ffà!
Si m’ ‘o perdesse
manc’ ‘a butteglia me perdunarria.
E allora bevo…
E chistu surz’ ‘e vino
vence ‘a partita cu l’eternita’!
Eduardo De Filippo



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